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La prima balena avvistata nel Mediterraneo


BeeJay DOC - La prima balena avvistata nel Mediterraneo - Taranto 1877
Dalla didascalia originale. - «La Balena dei Baschi (Balaena Biscayensis, Eschricht), catturata nel porto di Taranto il 9 febbrajo 1877. Invitato dalla Commissione, cui era stato affidato l'incarico della vendita del cetaceo, l'ingegnere Enrico Marrullier ne eseguì accuratamente il disegno e poi l'acquarello, che volle gentilmente mandarmi in dono. La figura rappresenta la Balena (...) 12 metri la lunghezza totale (...)»


Souvenir di una recente immersione da internauta provetto, una cronaca risalente al novembre 1877 a descrivere fatti accaduti pochi mesi prima, esattamente il 9 febbraio dello stesso anno. Il documento conta una novantina di pagine: la versione ridotta e di seguito riportata è una trascrizione puramente letterale, falciata delle minuziose analisi scientifiche e delle pratiche burocratiche dell'epoca - interi capitoli -, così come delle illustrazioni tecniche a corredo, fatto salvo per le poche qui riproposte a rendere e conservare l'idea.
Estrapolare e tramandare la vicenda nella sua parte squisitamente romanzata: il mio modesto intento è questo.
Sgravarla della polvere del Tempo, giusto del superfluo delle note tecniche ad oggi pressoché obsolete, per quanto concorrenti al progresso che le ha rese tali. E rilanciarla in una veste rinnovata, più brillante alle "nuove" generazioni (tutti compresi, futuri e presenti, dal momento che son passati quasi 150 anni).
E' il minimo che potessi fare per ringraziare l'autore del libro, e chiunque si sia prodigato attraverso i decenni per offrirci un biglietto omaggio. Un'avventura che meriterebbe un film, sfiziosamente riportata (tutti i "crediti" li troverete in corso di lettura) e che - alternando occhiali temporali - apre a riflessioni sull'evoluzione del rapporto uomo-animale, ma anche uomo-uomo, donna che sia.



INTORNO ALLA BALENA PRESA IN TARANTO NEL FEBBRAJO 1877
Memoria del Prof. Francesco Gasco, professore di zoologia e di anatomia comparata della R. Università di Genova, già professore di storia naturale nel R. Liceo Ginnasiale Principe Umberto, e coadiutore nel Gabinetto d'Anatomia Comparata della R. Università di Napoli.
Alla Memoria dell'ottimo maestro Paolo Panceri che pel primo efficacemente s'adoperò per arricchire l'Università di Napoli dell'unica vera balena per quanto si sappia comparsa nel Mediterraneo.

PREFAZIONE [...]*

ARRIVO E MORTE DELLA BALENA A TARANTO
Nel mattino del 9 Febbrajo prossimo passato fu avvertita la presenza del cetaceo nel Golfo di Taranto a circa tre chilometri di distanza dalla città, e precisamente in vicinanza della Torre d'Ajala posta sulla spiaggia orientale del Golfo.
Molto probabilmente il cetaceo era ivi giunto passando tra l'isola di San Paolo ed il Faro San Vito. Il primo pescatore, che se n'accorse, lo ritenne per una barca capovolta. Ma nell'avvicinarsi maggiormente scoprì che si trattava di un mostro marino che in quel momento era fermo e quasi quasi confondevasi cogli scogli di cui quella costa è tutta gremita. Dando uno sguardo intorno, il pescatore scoprì a breve distanza un'altra barchetta e chiamò in suo aiuto due altri compagni. Ma la prudenza consigliò loro di non accostarsi troppo a quell'enorme pesce.
Movendo poscia verso Taranto la Balena procedeva così lentamente ed a così breve distanza dalla spiaggia che le due barchette la poterono senza difficoltà accompagnare, e chi stava a terra ne riconosceva agevolmente la forma.
E' noto che il mar piccolo di Taranto è in comunicazione con il Golfo per mezzo di due canali. Uno di essi è dai Tarantini chiamato il Fosso; l'altro Canale della Cittadella. Sul primo v'ha ponte di Lecce, sul secondo il ponte di Napoli.
Giunta la Balena all'imboccatura del Fosso vi si arrestò per una quindicina di minuti. Era l'ora del riflusso. La Balena ripetutamente tentò di penetrare nel canale dirigendosi contro la corrente, ma ne fu sempre impedita dai pali così detti di posta, che stanno sull'entrata del canale e che servono per la pesca delle dorate e del pesce marmoro.
La sentinella del Castello diede l'avviso del mostro marino, su cui il Capitano addetto alla reclusione militare scaricò le prime due fucilate; a queste tennero ben presto dietro quelle di due altri tiratori tarantini.
Frattanto vola per la città la strepitosa notizia: la popolazione si precipita sul Corso Vittorio Emanuele e corre alla ringhiera per far conoscenza coll'ospite straordinario. I più intrepidi dan di piglio alle armi d'ogni sorta e corrono in cerca di barcajuoli.
La Balena, non potendo penetrare nel Fosso, rasentando gli scogli che difendono il Castello ed il Corso Vittorio Emanuele, raggiunge e doppia il Torrione. Essa, sempre lentamente avanzandosi, penetra nel porto e, movendo contro la corrente di riflusso, cerca d'insinuarsi nel Canale della Cittadella. Ma sia per la presenza di numerose barche, sia per le fucilate, che su di essa scaricavansi, arrivata e trattenutasi alcuni minuti presso la Dogana Regia, ove poco mancò che non s'arrenasse, mutando direzione, prese a muoversi verso l'isolotto di San Nicola passando al sud dello scoglio dei tonni, che dista dalla Dogana Regia intorno a 300 metri. La seguivano e la fiancheggiavano nella sua lenta corsa oltre 30 barchette, dalle quali in vicinanza dell'isolotto di San Nicola il malcapitato cetaceo ricevette centinaja di colpi di fucile e di rivoltella. Mentre tutti erano di avviso che, oltrepassato l'isolotto summenzionato, la Balena avrebbe preso il largo, questa, rifacendo un tratto del cammino, ritorna verso lo scoglio e la punta dei tonni, arrestandosi in vicinanza del Convento dei Cappuccini, dove, cresciuto il numero delle barche, crebbero pure di numero le schioppettate. Ma qui i tiratori si convinsero che le palle dei loro fucili e rivoltelle non avevano su quell'enorme bersaglio effetto di sorta. La Balena non se ne dava per intesa.
Vi fu in quell'ora un po' di confusione. Più che le sferzate caudali della Balena, molti paventavano il piombo dei compagni, poiché tra i buoni formicolavano anche tiratori che nel maneggio del fucile lasciavano molto a desiderare.
Cessato lo sparo il signor Francesco Pavone arditamente le si accosta e le vibra un potente colpo di fiocina. La Balena, colla fiocina conficcata dietro il capo, innalza la coda e con essa percuote, spezza, affonda la barca del suo feritore, il quale fu coi due compagni tosto raccolto da alcuni soldati della R. Marina. Vista l'inutilità delle fiocine, il signor Emanuele Scialpi ricorse alle cartucce di dinamite. Le prime due furono da lui gettate di fianco al cetaceo, mentre era quasi fermo, ma il loro scoppio non ebbe il risultato che si attendeva. Allora il signor Scialpi, con raro coraggio, fa dirigere la sua barca contro il capo della Balena deciso a lanciare una terza cartuccia entro la bocca che essa ritmicamente apriva e chiudeva. La Balena lentamente nuotava e la cartuccia, caduta davanti al muso, scoppiò mentr'essa v'era sopra col capo.
Commosso, tramortito dalla violenta detonazione, il misticeto si capovolse e più non si mosse. E' morto! E' morto! Si grida da tutte le parti, e lo Scialpi è applaudito. Le barche, che dopo la lezione toccata al Pavone si tenevano a una prudente distanza, furono sollecite ad avanzarsi accerchiandolo. Il valoroso Vincenzo Marinò ed altri suoi compagni, valendosi di funi fornite dall'equipaggio di un brigantino genovese, ne cingono con più giri il corpo per poterlo successivamente trarre sulla costa, sulla quale s'erano raccolti intorno a 2000 spettatori.
Trascorsi venti minuti, la Balena riacquista i sensi, ripiglia la posizione normale e s'agita energicamente; in men che lo dico, si libera dalle funi ed inalberando ripetute volte la coda percuote con violenza, capovolge, e spezza parecchie barche. Una decina di marinai piglia un bagno inaspettato. Liberatasi dalle funi e rotto il cerchio delle barche, che la stringevano davvicino, la Balena con una velocità sorprendente s'allontanò dalla spiaggia dirigendosi verso il faro S. Vito, che dista a un dipresso dodici chilometri dal porto. Barcajuoli, marinai e tiratori rimasero dolorosamente sorpresi di quella violenta risurrezione, di quella precipitosa fuga. Dopo quattro ore di fatiche e perigli loro sfuggiva inaspettatamente di mano l'adiposa preda. Ma era scritto che quella Balena, smarrita la via, avesse a Taranto la sua tomba. Divero, percorsi quattrocento metri circa, essa con la stessa velocità torna indietro, rientra e traversa il porto, raggiunge la Dogana Regia e s'arrena proprio nello stesso luogo che aveva visitato alcune ore prima. Le piccole barche ritornano, volando, anch'esse nel porto: eccole tutte nuovamente attorno al naufrago volontario.
Accorrono e s'affollano spettatori sulla vasta piazza della Dogana, sulle mura, sui bastimenti, sulle barche. Per qualche tempo tutti vociferano, o consigliano o schiamazzano, insomma la fu una vera Babele.
Vuolsi qui menzionare uno strano incidente idrostatico. Anche il lungo molo della Dogana, la cui larghezza non giunge ai due metri, erasi in pochi istanti gremito di curiosi. La Balena, sentendosi prigioniera, prese a dibattersi furiosamente. Sferzando l'acqua colla sua larghissima pinna caudale spaventa ed innaffia abbondantemente le prime file di osservatori, che prudentemente ed istintivamente indietreggiano. A quanti loro seguono manca il terreno. Essi, gridando, precipitano nell'acqua trascinandovi quelli che li precedono, cui s'erano aggrappati per evitare la caduta. Fu un tonfo ed un lamento generale. Fortunatamente la profondità dell'acqua e l'altezza del molo non superano il metro e quel bagno in Febbrajo non ebbe funeste conseguenze.
Pescatori e marinai temendo che si rinnovasse il fatto precedente, il che è dire lo svincolarsi dalle funi, furono solleciti ad assicurare l'animale con più forti legature.
A Vincenzo Marinò ed all'equipaggio di due brigantini l'uno di Gaeta, l'altro di Genova, riuscì finalmente di legare con una grossa gomena la formidabile coda, che senza interruzione il misticeto inalberava e precipitosamente faceva ricadere.
Mentre con grande fatica e con maggior periglio le si lega la coda, due pescatori nell'intento di soffocarla, salgono sul capo della Balena e s'affrettano a conficcare in uno sfiatatojo un palo più lungo di un metro e del diametro di un decimetro circa. - Picchiavano su quell'enorme turacciolo a tutta forza e senza dubbio avrebbero spezzato le ossa nasali od intermascellari se prontamente e con lodevolissimo consiglio non interveniva il Cav. Sebastio Barone Santacroce che, ponendo mente all'importanza scientifica dello scheletro, trovò modo d'impedire che quel palo tropp'oltre s'insinuasse.
Quando la Balena tirata per la coda giunse sulla spiaggia presso l'Ufficio della Sanità marittima, battevano le 8 p.m. Le profonde ferite che colle scuri erano state fatte su d'uno sfiatatojo e che per quasi due centimetri s'approfondarono sul margine superiore dell'osso intermascellare sinistro, ed il palo conficcato nell'altro sfiatatojo non impedivano punto la respirazione. Il rumore, che accompagnava l'atto respiratorio, era tale da superare in intensità il muggito d'un toro. S'avvertiva anche alla distanza di 200 metri. Liberata dalle funi, la Balena a quando a quando sollevava il capo e spalancava tanto la bocca che non solo si scorgeva l'intiero sistema dei fanoni, ma anche i mediani, più lunghi, colla loro estremità accennavano a voler uscir fuori dall'altissimo labbro inferiore. Verso la mezzanotte sbattè un'ultima volta la coda e morì.

BeeJay DOC - La prima balena avvistata nel Mediterraneo - Taranto 1877 - tavole tecniche

(*) [Dalla PREFAZIONE]
Nello scorso inverno, ognuno se lo rammenta, fu catturata nel Golfo di Taranto la prima vera Balena, per quanto si sappia, comparsa nel Mediterraneo. Appena il compianto Prof. Panceri ne ricevette notizia, con ammirabile sollecitudine prese gli opportuni accordi col signor Rettore dell'Università [...]
Il Cav. Lucarelli e V. Coppola già stavano sezionando in Taranto l'interessante misticeto e ben presto ne spedirono a Napoli il cuore, un pezzo d'esofago, di stomaco e di polmone, gli occhi, parte dell'apparato riproduttivo e vari saggi di cute. Tutte queste parti furono diligentemente esaminate dal Prof. Panceri che aveva la ferma intenzione di descriverle ed illustrarle, e tutto egli pose in opera per sottrarle alla corruzione che già erasi manifestata. [...]
Quando lo scheletro del misticeto giunse in Napoli, la scienza piangeva la grave perdita del Prof. Paolo Panceri. Mancato ai vivi quest'eminente naturalista il signor Rettore Scacchi volle a me (Prof. Francesco Gasco, autore dell'intero documento, ndr) affidare il grato ed onorevole incarico di studiare, descrivere e convenientemente illustrare lo scheletro della Balena di Taranto che è senza dubbio uno dei più belli e preziosi ornamenti del R. Gabinetto zootomico a cui ho l'onore di appartenere.


DOC

Fantasie di ieri e realtà di oggi



«Il mese scorso è stato presentato il Salutino™ (...) Immaginate un display grande come una porta, collocato a una distanza tale da non rovinare l'estetica cittadina, di fronte al monumento che avete appena visitato; inserendo un Euro nell'apposita fessura, questo grande display, grazie ad una fotocamera, riprodurrà la vostra immagine come se foste davanti ad uno specchio, e quindi con il monumento di sfondo; quando sarete pronti, premendo un pulsante la fotocamera scatterà la foto-ricordo pronta da scaricare sul cellulare (Wi-Fi / Bluetooth) o condividere sui social network. La cosa buffa è che l'immagine resta fissa sul megaschermo a dimensioni reali, finchè un nuovo utente la sostituisce con la propria.
Beh, non ci crederete: i turisti ne vanno matti, ma anche i residenti, che si divertono a immortalarsi nelle pose più bizzarre o ad ammirare l'ultimo scatto rimasto impresso».


In tempi di fake-news, mi affretto a mettervi in guardia: non lasciatevi ingannare... Il brano appena riportato è tratto dal mio racconto di fantasia "Cosa succede in città", pubblicato su questo blog sette anni orsono, ovvero il 13 aprile 2014. Il ripescaggio, nella mia mente prima che ai vostri occhi, è frutto di una spontanea associazione di idee scaturita pochi giorni fa, quando ho appreso la notizia (questa volta reale e verificabile) di due originali installazioni realizzate di recente, in una sorta di gemellaggio tra due città di due diversi stati dell'Unione Europea. Per correttezza, va precisato inoltre che tutte le immagini di questo post si riferiscono alla notizia reale, i cui dettagli mi appresto ad illustrare.


Come vedremo, il congegno immaginato nel mio racconto prevedeva funzioni e scopi un po' differenti, ma confesso che le foto a corredo dell'articolo in cui mi sono imbattuto - di primo acchito - mi hanno lasciato pensare che qualcuno avesse potuto realmente investire su quella vecchia idea... Approfondendo, ho scoperto invece che ad accomunare Vilnius (capitale della Lituania) e Lublino (città della Polonia), è un progetto persino più strambo.
Per stare allo stesso gioco in cui vi ho coinvolto, proverò a ricalcare la notizia su quella inventata sette anni fa e ripresa in apertura, con la differenza che questa volta si tratta di fatti reali.


«Il mese scorso è stato presentato il Portal™, progetto che ha esordito in contemporanea nelle città di Vilnius (Lituania) e Lublino (Polonia). Immaginate un display grande come una porta, dal design circolare con una cornice minimalista tale da non rovinare l'estetica cittadina, posto in una rinomata piazza. Questo grande display, grazie ad una fotocamera, riprodurrà la vostra immagine: se vi trovate a Vilnius, sarete osservati - in tempo reale - dai passanti di Lublino sul display "gemello" collocato nella relativa piazza; gli stessi lontani passanti che - contemporaneamente - appariranno sul display davanti a voi.
Beh, non ci crederete: i turisti ne vanno matti, ma anche i residenti, che si divertono a lasciarsi riprendere nelle pose più bizzarre o ad ammirare quelle altrui».


Alcune testate riportano la notizia in relazione alla pandemia, lasciando intendere che questi "portali" siano stati concepiti nel tentativo di arginare gli effetti dei lockdown sui residenti delle città in questione, ovvero di annullare virtualmente la distanza tra due luoghi fisicamente scollegati a causa delle restrizioni derivate dal Covid-19. In realtà si tratta del risultato di cinque anni di ricerca e design, per un progetto che conta di allargarsi a città sparse in tutto il mondo, a partire dai prossimi due dispositivi che a breve verranno installati a Reykjavik e a Londra; iniziativa dunque nata molto prima della pandemia in atto, e soprattutto animata da finalità sociali ben più ampie e lungimiranti, come si apprende dalle fonti ufficiali.
Per meglio rendere il tutto senza il rischio di sbagliare, segue un breve video di presentazione (ufficiale, in lingua inglese) e il testo tradotto dell'introduzione che campeggia nell'homepage del sito web.


«Attraverso i secoli l'umanità ha creato un sistema devastante che ci suddivide in "noi" e "loro". Circondarci solo di chi è vicino e parla la stessa lingua ci dà conforto e un senso di stabilità. Limita anche la prospettiva del mondo all'interno della nostra ristretta cerchia. Lentamente diventa uno spazio perfetto per risvegliare insicurezze verso chi ne è al di fuori, e una scusa perfetta per non badare al mondo che gli appartiene. Ogni giorno resta meno spazio per il dialogo, l'empatia e la compassione, per sentirsi ed essere uniti nella nostra casa – una minuscola astronave Terra che sta rapidamente decadendo a causa di troppi "loro" e troppo pochi "noi". È così facile credere che ognuno di noi sia un'onda e dimenticare che siamo anche l'oceano. Trascendiamo questo senso di separazione e diventiamo i pionieri dell'unità. Portal ti invita a sperimentare il nostro mondo così com'è - unito ed uno - senza confini, pregiudizi ed etichette del tipo "noi" e "loro". Per la prima volta nella storia i paesi e i loro abitanti hanno un modo per connettersi in tempo reale. Iniziativa senza fini di lucro, Portal è un ponte che conduce "noi" - io, te e loro - alla consapevolezza dell'unità. Portal risveglia la nostra percezione di incontrare e accogliere "loro", qualcuno che solitamente escludiamo, o troviamo diverso, persone e culture che ancora non conosciamo. Portal formerà presto una rete affinché nel prossimo decennio il nostro pianeta non ci appaia più sezionato». [Fonte: https://portalcities.org]


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Del Mondo


Ricapitoliamo. Gli esseri viventi appartengono al Regno Animale oppure al Regno Vegetale. Tutto il resto appartiene al Regno Minerale, compresa la paternità dei primi due regni: apparizione e persistenza sulla Terra di animali e piante si devono infatti al suo assortito "menu" di sostanze chimiche, ma soprattutto alla generosa fornitura di "acqua minerale gassata" (già omaggiata in un altro post, vedi QUI).
Sulla tavola così apparecchiata, Regno Animale, Regno Vegetale e Regno Minerale si manifestano nelle più disparate forme, per il sommo orgoglio della genitrice Madre Natura.


ANIMALI: ad esempio, "Lamproptera meges"


Conosciuta come "coda di dragone verde" (green dragontail), la Lamproptera meges è una piccola farfalla con le ali forcute. Diffusa in alcune zone dell'Asia meridionale e del sud-est asiatico, la si può ammirare nei suoi eleganti volteggi durante i mesi più temperati.


VEGETALI: ad esempio, "Erodium cicutarium"


Il seme della Cicutaria (Erodium cicutarium), pianta erbacea ampiamente diffusa nel Mediterraneo, ha delle straordinarie peculiarità. Quando viene lanciato dalla pianta, la sua particolare forma a spirale funziona da molla prima e da aliante poi, così da poter coprire un raggio di caduta più ampio possibile; quando atterra, la spirale gli servirà invece da trivella: sfruttando i cambiamenti di umidità (si arriccia da asciutto e si distende da bagnato), sarà in grado di piantarsi in profondità praticamente da solo.


MINERALI: ad esempio, "The Elements of Life"


Quando la non-vita prende Vita... Vi siete mai chiesti di cosa è fatto il nostro corpo? Il breve video che segue, a cura di "Beauty of Science", risponde alla domanda con un certo stile. Ed è buffo realizzare che a comporre il 99% del corpo umano bastano appena 6 elementi, con l'ossigeno che la fa da padrone per almeno due terzi; il restante 1% è affidato ad altri 5 in minime quantità, per un totale di undici elementi. Ed eccoli a voi, gli elementi alla base della Vita, in tutta la loro magnificenza:



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La Rivoluzione di John Pugh


John Pugh
Ringrazio l'artista dell'opera qui illustrata, sia per aver divulgato con pregevole talento i nobili messaggi che racchiude, sia - con opportuna modestia - per aver solleticato la ripresa della mia attività di "BeeJay" (Blog-Jockey) dopo mesi di ingiustificato(?) silenzio. Altrettanta riconoscenza a te che mi leggi: parlare allo specchio può risultare piuttosto sconveniente, fidati. Lo specchio è stato concepito per altri utilizzi.

«Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d'arte per guardare la propria anima» (George Bernard Shaw). Lo sa bene John Pugh (foto), artista dell'Illinois che da anni - 63 all'anagrafe - non smette di scuotere grandi muri sparsi per il mondo con il suo magnetico "illusionismo narrativo". Così viene definita l'innovativa arte pittorica adottata dall'autore, capace di convertire la seconda dimensione in suggestivi varchi per l'anima, attraverso la migliore interpretazione ed evoluzione della tecnica trompe-l'oeil (dal francese, "inganna l'occhio") che potessimo aspettarci.


Revolution by John Pugh

In questo caso John (o Pugh se preferisci) gioca in casa: l'edificio scelto per la sua "Revolution" è il Central Life Building di Ottawa, 628 Columbus St., Illinois, USA. Su questa notevole superficie, John ha dato vita al più grande "speakeasy" mai raffigurato: un tipico bar fuorilegge - come quelli brulicanti nel sottobosco cittadino americano degli anni Venti in opposizione al severo proibizionismo dell'epoca (speakeasy = sottovoce) - immaginato - o meglio "immortalato" - in un unico gigantesco fotogramma. Il "flashback" è servito! L'omaggio, a celebrarne 100 anni fieramente compiuti, è rivolto palesemente alle "donne ruggenti" di quegli anni, e in tutta coerenza la sua messa in opera ha coinvolto uno staff artistico prevalentemente femminile.

Revolution by John Pugh - Top

Nella parte superiore, sulla prima delle due pareti rotanti che ci attraggono, la riproduzione di un papavero dipinto intorno al 1927 da Georgia O'Keeffe. Considerata come "la madre del modernismo americano", ovvero emblema della donna moderna dell'epoca, vorrò approfondire la forza espressiva dei suoi dipinti, folgorante già da una semplice ricerca su Google.

Revolution by John Pugh - Cat and Gaby

Accanto al quadro, sedute sul vertiginoso "muretto" virtuale che si apre, Cat e Gaby si rilassano sorseggiando un drink in confidenza: sono due delle tre ragazze "flapper" che animano la scena. Da Wikipedia: «Flapper è la generazione di donne degli anni venti nel mondo anglosassone. Le flapper si caratterizzavano per l'eccessivo trucco, per il fatto che bevessero alcolici come gli uomini, ma soprattutto per la loro sessualità disinvolta e libera, oltre che per fumare in pubblico, guidare automobili da sole e violare le norme sociali e la morale sessuale del tempo».
Lo specchio di cui sopra comincia dunque a svelarsi: 1) l'invito alla riflessione (dopotutto anche gli specchi "riflettono") su ciò che eravamo; 2) la sfida al confronto con l'epoca attuale, operazione coraggiosa che - come vedremo - raccoglie sagacemente una moltitudine di aspetti, primo fra tutti la condizione femminile; 3) il labirinto di specchi (spunti di riflessione) innescato dall'opera, da cui mi sono lasciato piacevolmente intrappolare: io posso uscirne completando dignitosamente questo post senza troppe divagazioni, tu fai pure come ti pare.

Revolution by John Pugh - Flapper girls

Nella parte centrale e poco più in basso, altre figure femminili si concedono all'osservatore più attento attraverso i vetri delle finestre. Appartamenti che John Pugh ha riservato alla memoria delle "Radium Girls". Più che per necessità di sintesi, questa volta approfitto di Wikipedia perché le parole mi vengono meno quando penso che - ad un secolo di cosiddetto "progresso" trascorso - il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro resta ancora oggi in gran parte irrisolto, se non peggio ignorato, in troppe realtà.
«Le "ragazze del radio" (Radium Girls) furono un gruppo di operaie che subirono un grave avvelenamento da radiazioni di radio, contenuto nella vernice utilizzata come pittura nella fabbrica di orologi della United States Radium Corporation intorno al 1917. Le donne, a cui era stato raccontato che la vernice fosse innocua, ingerirono quantità mortali di radio quando leccavano i pennelli per dare loro una punta fine; alcune di esse utilizzarono tale sostanza anche per decorarsi le unghie e truccarsi il viso. Cinque donne citarono in giudizio il loro datore di lavoro: a seguito di questo processo, fu stabilito il diritto dei singoli lavoratori che contraggono malattie professionali a citare in giudizio i loro superiori».
Una tragica vicenda riportata, negli anni a seguire, attraverso le più disparate forme della letteratura, fino al recente film "Radium Girls" diretto dalle produttrici Lydia Dean Pilcher e Ginny Mohler: presentato in anteprima al Tribeca Film Festival (New York) nel 2018, si spera che una regolare distribuzione possa diffonderne i pregi anche nelle sale italiane.


A condurci fuori dal labirinto, la grazia sbarazzina di Frannie: la terza flapper girl, che ci accompagna verso l'uscita aprendoci gentilmente la porta, ovvero rivelando una seconda parete rotante. Una volta fuori - tra malinconici vapori tipici del risveglio da un sogno - rendo un ultimo applauso e un dovuto inchino di ringraziamento a John Pugh e alle sue meravigliose ancelle per il generoso arricchimento ricevuto.

Revolution by John Pugh - Bottom

Revolution by John Pugh - Frannie


DOC

Distillato cosmico



Acqua. Malgrado le apparenze, si tratta probabilmente della cosa più strana dell'Universo.


Ogni singola molecola d'acqua sulla Terra, e dentro di te o in qualsiasi altro essere vivente, esiste da miliardi di anni. Da quando è arrivata sul pianeta, l'acqua ha attraversato le rocce, l'aria, gli animali, le piante, in un ciclo continuo. Ogni molecola ha sostenuto un incredibile viaggio prima di giungere a te. Ciò significa che l'acqua dentro di te è la stessa che si trovava nei dinosauri, nei batteri, negli oceani, nelle nuvole in tempesta, nei ghiacci polari e in ogni luogo dei tempi remoti.


Tutta l'acqua sulla Terra è aliena. Per quanto familiari nel nostro mondo attuale, gli oceani si sono formati centinaia di milioni di anni fa. Quando il nostro pianeta prese forma, l'acqua vi giunse dallo spazio trasportata dagli asteroidi e dalle comete: oggetti provenienti dai confini del sistema solare, più precisamente residui di immense nuvole di polvere e rocce che non erano riusciti a trasformarsi in pianeti. Questa è l'origine di tutta l'acqua che possiamo vedere sulla Terra.


L'acqua non segue le normali regole della chimica. Tanto per cominciare, non dovrebbe trovarsi sotto forma di liquido sul nostro pianeta. Una molecola d'acqua è composta da due gas estremamente leggeri, idrogeno e ossigeno, e alla temperatura e pressione della superficie della Terra, le leggi della chimica ci dicono che l'acqua dovrebbe presentarsi solo sotto forma di gas. Inoltre, a differenza di ogni altra sostanza chimica, quando l'acqua congela si espande. E di conseguenza il ghiaccio galleggia sull'acqua stessa: ora, tu vedi questa cosa normalmente ogni giorno, ma soffermati un attimo su quanto sia singolare questo fenomeno. Nel corso del tempo, questo particolare comportamento è stato determinante: isolando l'acqua sotto di esso, il ghiaccio galleggiante ha permesso a complesse forme di vita di sopravvivere ed evolvere sul nostro pianeta, proteggendole dalle numerose ere glaciali che si sono susseguite gelandone la superficie.


Ma le stranezze non finiscono qui. Sapevi che l'acqua calda congela più rapidamente di quella fredda? E' proprio così, e nessuno sa perché. Le molecole d'acqua possono inoltre sollevarsi in sfida alla forza di gravità, e questo perché amano attaccarsi l'una all'altra. Sono così esperte in questa tecnica che possono risalire i canali, come ad esempio le piccole vene sanguigne del corpo umano: solo così l'ossigeno e le sostanze nutritive possono raggiungere il nostro cervello. Lo stesso processo, detto "azione capillare", permette alle piante di trasportare l'acqua dalle profondità del terreno per nutrire le foglie e i rami che crescono alla luce del sole.


Il nostro sistema solare galleggia nell'acqua. Per secoli abbiamo pensato di essere i soli, sulla Terra, ad avere così tanta acqua, ma in realtà è la seconda molecola più comune nell'Universo. Ora sappiamo che esiste acqua sulla Luna, su Marte, su Plutone... C'è H²O praticamente in quasi tutti gli oggetti del nostro sistema solare. E dove c'è acqua, potrebbe esserci vita.


Così, ora versati un bel bicchiere d'acqua e dai un'occhiata a questo materiale incolore, senza dettagli e senza sapore. E' davvero notevole... L'acqua infrange così tante leggi della chimica da far tribolare gli scienziati che la studiano, eppure senza il suo comportamento ribelle nessuno di noi, tantomeno il nostro mondo, sarebbe mai esistito.


Se sei qui a guardare questo video (sotto, e a leggere questo post, NdR) è solo perché l'acqua è così strana.



DOC



FOTO: Tratte dal 7° annuale "Ocean Art Underwater Photo Contest" 2018, organizzato da Underwater Photography Guide (selezione DOC tra vincitori e menzioni d'onore). [LINK]
VIDEO: "Why water is one of the weirdest things in the universe" (Perché l'acqua è una delle cose più strane dell'universo) della serie BBC Ideas, animazione di Oliver Smyth, 14 gennaio 2019. [LINK]
TESTI: Riportati dalla narrazione del video (traduzione approssimativa DOC), articolo a cura del giornalista scientifico Alok Jha. [LINK]

State buoni, se potete



A Natale, nel mondo, ci sono tradizioni per le quali il carbone della nostra amata Befana è una chicca, al confronto.
Approfittando della breccia dimensionale favorita dall'immaginario natalizio, adorna di angioletti svolazzanti e campanelle, orrende creature d'altri mondi si uniscono alle celebrazioni terrene per dettare legge sulla condotta degli esseri umani. Entità addette al "lavoro sporco", che per contratto non spetta al pacioso Babbo Natale: così, se durante l'anno i bambini hanno fatto i cattivi, può darsi che debbano vedersela con i Krampus.

Krampus coming

Sopra: i Krampus menzionati in un articolo del Semi-weekly Independent (Plymouth), 21 Dicembre 1895.
Sotto: i Krampus raffigurati su biglietti d'auguri natalizi ("krampuskarten") dei primi del '900.

krampuskarten - child

Antica credenza popolare di origine Bavarese, i Krampus sono demoni con fattezze di capra che si affiancano alle cerimonie natalizie in onore di San Nicola di Bari. Al contrario del santo, noto per la sua usanza di portare doni ai bambini (da cui la figura di Santa Claus), i Krampus intervengono per terrorizzare quelli che a loro impietoso giudizio risultano immeritevoli. Il problema è che quando questi spiriti maligni si manifestano, la nefandezza è tale da travolgere chiunque abbia la sfortuna di incrociarli sul cammino: grandi, piccini, buoni e meno buoni.

krampuskarten - adult

Dalle illustrazioni agli inizi del secolo scorso, passando per gli anni '50, quando il governo austriaco avviò una campagna per contrastarne la diffusione, il folklore legato ai Krampus resta ben radicato tuttoggi in molti paesi europei: Austria, Bavaria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, ma anche qui da noi, con prevalenza in Trentino, Friuli e Sud Tirolo.


In molti casi le parate dei Krampus vengono allestite con una cura davvero ammirevole: dalle maschere realizzate nei minimi dettagli, alle movenze degli attori che li animano, alla scenografia che li accompagna. Ne risulta un effetto globale piuttosto realistico... Personalmente, non so se porterei un bambino piccolo ad assistervi: temo che gli causerebbe un bel po' di notti insonni. Ad ogni modo, giudicate voi.


Qualora doveste essere tentati dal compiere una marachella, ora sapete cosa vi aspetta. Per quanto mi riguarda, esorcizzati i mostriciattoli del periodo, non mi resta che augurare a tutti voi un Buon Natale scevro di qualsivoglia aberrazione.


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Utenti di Facebook? Nel reparto frigo. #ChiamaleBazzecole #5



Accedi a Facebook, navighi tra i post degli Amici e degli "amici", commenti, metti i like, dici la tua, pubblichi le foto. Poi ti stufi e spegni tutto. Ma i tuoi contatti possono continuare a vedere ciò che hai postato, persino un messaggio o una foto che hai inserito dieci anni fa. Come si rende possibile questo prodigioso artificio? Da utenti, abbiamo la percezione che nelle nostre "commedie virtuali" ci siamo solo noi (attori) e i dispositivi che utilizziamo (palcoscenico con diretta in mondovisione); ma ci sfuggono le altre entità che vi prendono parte dietro le quinte. Avete presente quello slogan che recita: «Persone oltre le cose»? Bene, qui avviene l'esatto contrario. I pochi istanti necessari affinché l'invio di un messaggio raggiunga il mondo intero sono gestiti da un'efficacissima regia di tecnologie che provvede ad acquisire i dati, e ancor prima di riversarli in rete, immagazzinarli all'interno di elaboratori, i cosiddetti server. Già, perché ciò che mettiamo su Facebook non è "usa e getta" come una telefonata, ma viene conservato: con estrema cura, a tempo indeterminato e in un luogo ben preciso.


Si dà il caso che al gelo della Lapponia non ci sia solo Babbo Natale con le sue renne, ma ci siamo anche noi, gli oltre due miliardi di iscritti a Facebook. E' qui che sono collezionati i nostri profili, molto più "grassi" di informazioni rispetto a quelli pubblici che abbiamo condiviso; ma prima di approfondire questo aspetto, vorrei mostrarvi più da vicino dove ci troviamo.
Sotto il Circolo polare artico, nel nord Europa, c'è la Svezia, e a nord di questa c'è una città di nome Luleå, che conta appena 46.000 abitanti in carne ed ossa, a cui si aggiunge il popolo dei nostri cloni digitali. Qui, nel punto indicato dalla mappa, sorge il Data Center di Facebook.


Quelle che vedete qui sopra sono delle grosse ventole che convogliano il gelo dall'esterno all'interno della struttura, in modo da raffreddare i server (iperattivi 24 ore), e il calore di scarto viene utilizzato per climatizzare gli uffici del personale. Il tutto è recintato, sorvegliato a vista giorno e notte da guardie e telecamere di sicurezza, e vi possono accedere esclusivamente gli addetti alla manutenzione e pochi altri eletti. Se dovesse perdersi anche un piccolo componente, gli operatori hanno un'ora di tempo per ritrovarlo, dopodiché le porte vengono chiuse e nessuno può uscire dall'edificio finché la cosa non si risolve. Il tesoro custodito in questa fredda cassaforte, come dicevo, siamo noi, ovvero le informazioni su di noi memorizzate e gestite dagli elaboratori, pronte a fruttare una pioggia di denaro.


Ma come fanno ad acquisire un valore commerciale le informazioni che condividiamo gratuitamente, e che comunque nessuno pagherebbe ai singoli utenti? Intanto va detto che Facebook indaga su di noi anche mentre navighiamo su altri siti: i suoi "agenti 007" altro non sono che i famosi bottoni "Mi piace" e "Condividi", ormai presenti ovunque, che tengono traccia delle nostre interazioni. E se mettiamo una foto altrove, ad esempio su Instagram, ci pensano i software di riconoscimento a individuarne una somigliante tra quelle che abbiamo postato su Facebook, così da poter associare ed incamerare anche i dati provenienti dal nostro profilo Instagram. Queste ed altre diavolerie, sempre più sofisticate, monitorano incessantemente il nostro ambiente virtuale.

Quanto ai ricavi, il lavoro di Facebook - che entro i prossimi due anni si appresta ad inaugurare altri due Data Center come quello appena illustrato, uno in Irlanda e un altro in Danimarca - è assimilabile a quello di una società petrolifera. Le informazioni fornite dagli utenti equivalgono al petrolio grezzo, di scarso valore: Facebook lo estrae, lo raccoglie, lo lavora - ovvero organizza un'infinità di dati in una preziosa fonte di statistiche sempre più attendibili - e lo rivende a caro prezzo. Per le aziende che comprano i nostri pensieri, i nostri interessi, i nostri desideri, le immagini dei nostri corpi, i nostri sogni e la nostra solitudine, la "vita made in Facebook" rappresenta un vero affare. Oltre a sapere ciò di cui abbiamo bisogno, gli acquirenti possono - se non indovinare - intuire ciò di cui avremmo e di cui avremo bisogno; e saranno pronti a spingere il loro mercato in quella direzione: sia con nuovi prodotti in linea con il nostro modo di pensare ed agire, sia attraverso campagne pubblicitarie capaci di mirare a colpo sicuro e senza pietà ai punti deboli della nostra psicologia.

Se consideriamo che altri social network e "timonieri" del web adottano strategie analoghe (qui il dito è puntato su Facebook solo perché al momento - e da anni - è il più diffuso di tutti, rinforzato dal suo Whatsapp), lo scenario si fa preoccupante. Non sempre si sa di preciso chi acquista i pacchetti di dati e l'uso che poi ne viene fatto; e non tutti i gestori sono dotati di alti standard di sicurezza, per cui questi dati vengono spesso rubati, sottraendo fisicamente le memorie ottiche (hard-disk), o più frequentemente attraverso attacchi informatici (hacker). Nelle mani sbagliate, le informazioni possono essere divulgate e strumentalizzate, violando le già imperfette leggi in materia di privacy e manipolazione che li proteggono; oppure possono influenzare gli esiti di una sessione elettorale; o persino dare vantaggi ad un paese in conflitto sui suoi avversari.
E a rincarare la dose ci pensa ancora una volta la tecnologia. Le macchine ormai imparano da sole, e se gli affidiamo i nostri comportamenti sono già in grado di trarne e rivelare le probabili conseguenze: una sorta di moderna sfera di cristallo, appena raggiunta - dopo secoli di speculazioni su tarocchi, riti esoterici e influssi astrali - percorrendo proprio il sentiero opposto, ovvero la più esatta delle scienze. Ma come ben sappiamo, le grandi conquiste della scienza sono spesso soggette a ritorcersi contro di noi.


Così, mentre inorridiamo alla vista degli allevamenti intensivi di animali (nella foto un singolo stabilimento in Cina: 120 milioni di polli all'anno, 200.000 al giorno nei feriali e fino a 400.000 nei prefestivi), c'è chi da tempo affila i suoi coltelli per "spennare" anche noi e venderci come surgelati al banco frigo.
Come si è arrivati a questo stato di cose? Quanta responsabilità ricade su Facebook, e quanta sugli utenti che si iscrivono? La questione non è molto diversa dalla circolazione delle armi negli Stati Uniti. Se un americano al mattino si alza di malumore, esce col suo fucile e fa una strage per la strada o in una scuola, indubbiamente è il diretto responsabile delle proprie azioni, e in quanto tale viene giustamente giudicato colpevole. Ma come giudichereste voi, e come viene effettivamente giudicato chi, prima di lui, gli ha permesso di detenere quell'arma e portarla con sè liberamente? Badate bene, qui stiamo parlando di una nazione e di un governo limitati da confini geografici; chi possiede il controllo della rete, invece, può espandere la sua influenza ben oltre, ovvero condizionare la vita di chiunque sia in grado di connettersi, in ogni angolo del pianeta.

In conclusione, una domanda sorge spontanea: esiste un modo per sfuggire a questo processo di "congelamento e scongelamento" a cui siamo sottoposti? Certo che sì. Semplicemente, basta non iscriversi a Facebook (o ad altro). Nessuno ci obbliga a sottoscrivere il contratto proposto al momento dell'iscrizione, che dà adito a Facebook di sfruttare le nostre vite. A proposito di contratto: va detto che la cosiddetta "trasparenza", ormai, non è meno devastante dell'illegalità. La strategia è tale per cui - anziché nascondere le clausole - le aziende ne mettono in campo così tante da ottenere come effetto collaterale la nausea dell'utente, spingendolo a iscriversi senza nemmeno dargli un'occhiata, e accollandogli così gran parte delle responsabilità a sua effettiva insaputa. Se all'atto dell'iscrizione a Facebook, dovessi prima cliccare e leggere per intero le prime tre voci che trovo nella home page - CondizioniNormativa sui datiNormativa sull'uso dei cookie - già di per sè corpose, e poi passare in esame tutte le sottovoci che si annidano all'interno di ciascuna di esse, addentrandomi e perdendomi in un ipertesto degno di Wikipedia, farei prima a conseguire quelle due o tre lauree utili a comprenderne appieno i contenuti. Se davvero vogliamo parlare di trasparenza (senza virgolette), ecco ad esempio come dovrebbe essere modificata l'home page di Facebook:


E quindi... basta! Decido di non iscrivermi più a Facebook, e se ero già iscritto mi cancello! Voglio vivere e morire con la coscienza a posto, io, e non "prostituirmi", per giunta gratis, anzi peggio: per conto terzi! Poco importa se non potrò comunicare diffusamente con i miei cari, vicini e lontani; se non potrò condividere con il mondo i miei stati d'animo e le sfaccettature della mia personalità; se non potrò collaborare all'interno dei gruppi; se non potrò contribuire fervidamente alla vita politica della mia città e dell'intero paese; se le persone che frequento mi declasseranno a "non raggiungibile"; se in malaugurati casi di emergenza, miei o altrui, potrò comunicare con un numero nettamente inferiore di persone; se non potrò collaborare con i colleghi di lavoro, o se avrò una marcia in meno per trovarlo, un lavoro; se non potrò dare risalto alle mie attitudini e alle mie capacità alla pari degli iscritti; se non potrò partecipare in diretta a gioie e dolori dei miei figli, fratelli, genitori lontani da me; se... Un momento, qui qualcosa non torna: ho elencato meno di un terzo delle implicazioni che ha Facebook nella mia vita e nella società globale, e il piatto della bilancia ha già toccato il fondo.

Carissimo - a giudicare dagli utili - Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore di Facebook, e ad oggi quinta persona più ricca del mondo; scusa se ti scomodo per la seconda volta nel giro di pochi mesi, e lungi da me l'idea di farne una faccenda personale.
A proposito, temo di capitare nel momento meno adatto: ho trovato davvero di pessimo gusto la scelta della rivista statunitense "Wired", di dipingerti sulla sua prossima copertina col volto pestato di botte (vedi anteprima a lato), seppur metaforicamente e in relazione a malcontenti che in parte condivido. Come se in America non avessero già abbastanza problemi con la violenza, al punto di dover ricorrere ad espedienti grafici per promuoverla perché non si può farne a meno...
Tornando ai motivi per cui ti disturbo, sarei curioso di conoscere il tuo punto di vista sulle considerazioni di cui sopra. Perché vedi, a conti fatti, quella che tu proponi come innocente sottoscrizione ad un contratto, a me risuona tristemente come l'imposizione di un subdolo, sleale ed ignobile ricatto.


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#ChiamaleBazzecole: rubrica di attualità volta a sensibilizzare l'eventuale pubblico su questioni troppo spesso nascoste sotto i tappeti da chi poi pretende che camminiamo con le pattine, al fine di evitare il "tutti giù per terra".

Louis & Lucille: what a wonderful love



La foto qui sopra ritrae Lucille Wilson (1914-1983) con suo marito Louis Armstrong (1901-1971) nella loro residenza a Corona, New York, mentre sfogliano e commentano un album di ricordi del grande jazzista. E' il 23 Giugno 1971. Due settimane più tardi si separeranno, loro malgrado e dopo quasi 30 anni di matrimonio: il 6 luglio, all'età di 70 anni, Louis Armstrong muore di infarto. La moglie continuerà a conservarlo nel cuore e ad onorarne ampiamente il ricordo fino al 13 ottobre 1983, quando tornerà a sedergli accanto.

Louis Armstrong e la moglie Lucille nel 1952

Lucille aveva avuto un ruolo fondamentale, nella vita di Louis. Lo aveva amorevolmente incoraggiato, accompagnato nelle tournèe in giro per il mondo, sostenuto nella carriera al punto da risultare una colonna portante del suo successo artistico.
Donna affettuosa quanto intelligente e determinata, Lucille era riuscita a raddrizzare l'irrequieto timone che l'umana avventura di Louis aveva imbracciato nel corso del suo vissuto precedente. La casa a Corona (foto in apertura e seguente), dove si trasferirono poco dopo le nozze celebrate nel 1942, e che rimase il loro focolare fino alla fine, fu lei a proporla. All'epoca Louis non aveva una dimora fissa, solitamente alloggiava negli alberghi; ma Lucille, che già versava un acconto per quella casa, lo convinse ad abitarla in comune e stabilmente.

Louis Armstrong e la moglie Lucille nella loro casa a Corona, Queens, New York. Dopo la morte dell'artista, Lucille Wilson cedette la proprietà alla città di New York affinché vi fosse allestito un museo dedicato a suo marito. Il museo, dichiarato luogo di interesse storico nazionale nel 1976, è a tuttoggi operativo.

Lei aveva rinunciato al mondo dello spettacolo, per seguirlo; e lui aveva divorziato dalla terza moglie, Alpha Smith, per quello che sarebbe stato il suo grande amore per il resto della vita.
Si erano conosciuti pochi anni prima, nel 1938. Lei cantava in un coro nello storico "Cotton Club" di New York, e Louis l'aveva notata: «Quando l'ho vista per la prima volta al Cotton Club, lei era la ragazza più scura di tutte... Lucille è stata la prima ragazza nera a rompere l'alto standard di colore giallo o marrone che veniva adottato nella scelta delle ragazze del coro».

Lucille Wilson in un musical del 1936 (in basso a sinistra): fu la prima donna afro-americana dalla pelle scura ad essere inclusa nel corpo di ballo del Cotton Club di New York.

Prima dell'incontro con Lucille, la vita di "Satchmo" (è il soprannome preferito dai fans di Armstrong) aveva avuto un sapore decisamente diverso. Proveniva da un periodo di difficoltà economiche, ed era anche afflitto da problemi di salute: il suo modo "eccessivo" di suonare la tromba gli stava creando problemi alla bocca e alle dita (motivo per cui, in seguito, preferì sempre più dedicarsi al canto). E la situazione sentimentale non gli era certo di conforto. Il matrimonio con la terza moglie, durato appena 4 anni - per l'appunto dal 1938 al 1942, era stato preceduto da un rapporto piuttosto conflittuale con la seconda moglie Lil Hardin, durato dal 1924 al 1938. La pianista Lil aveva idee tutte sue su come avrebbe dovuto agire il marito per ottenere successo da trombettista: così, anziché agevolarne il naturale percorso, entrava spesso in contrasto con le sue intime volontà, frenandolo. Louis nel frattempo si faceva largo negli ambienti musicali americani dell'epoca: assecondava e sfidava le sonorità dei musicisti, stringeva preziose collaborazioni, si esibiva con le orchestre, esordiva persino come attore, e registrava quei primi brani - anche vocali - che ne avrebbero delineato la personalità artistica agli occhi del mondo.

Louis Armstrong, in occasione di un compleanno della seconda moglie Lil Hardin (a sinistra), l'abbraccia per farle gli auguri, sporcandola con la schiuma da barba, e facendo dispettosamente ingelosire la quarta moglie Lucille Wilson (a destra), che minaccia scherzosamente di inveirgli contro. La "comparsa" con gli occhiali è Mezz Mezzrow, noto jazzista americano, clarinettista, sassofonista e direttore d'orchestra.

Più si va a ritroso nel tempo, e più il vissuto di Louis Armstrong si discosta dalla gioia che il suo volto radioso e sorridente ispira nell'immaginario collettivo. Prima dei vent'anni, periodo in cui aveva cominciato a prendere seriamente a cuore la passione per la musica, c'era stata l'avventura con la prima moglie Daisy Parker: una prostituta che aveva frequentato da giovanissimo, e che aveva sposato a 16 anni, nel 1918. Lui e Daisy adottarono un bambino di tre anni, bambino che poi si sarebbe rivelato mentalmente disabile, e di cui lui si sarebbe poi occupato a vita. Louis e Daisy si separarono nel 1923, e lei morì poco dopo.
Ancora prima c'era stato il riformatorio di New Orleans (è qui che predisposizione e talento naturale per la musica cominciarono a manifestarsi), un istituto di correzione per ragazzi difficili di colore dove venne rinchiuso varie volte per le sue bravate con i compagni di strada, dopo essere stato espulso dalla scuola. L'infanzia l'aveva trascorsa a tratti con la madre, a tratti da parenti, aggirandosi per le vie di uno squallido sobborgo conosciuto con il nome di "Battlefield" (campo di battaglia), e cercando ogni giorno di portare qualcosa a casa, cibo o altro; ma non era mai abbastanza, così la madre era costretta a prostituirsi. Il padre se n'era andato con un'altra donna quando lui era ancora neonato.


Tornando dunque al futuro, a Lucille, e alla piega che prese la vita di Louis Armstrong - o meglio, che presero le vite di entrambi - dopo la reciproca dichiarazione d'amore... Cosa sarebbe accaduto se non si fossero mai incontrati? Avremmo avuto ugualmente, oggi, una canzone come "What a Wonderful World" (Che mondo meraviglioso, 1967) da lui interpretata con quella passione negli occhi? Difficile a dirsi, e ancor più difficile crederlo. Qualcosa di sicuro avremmo perso: una grande lezione di vita, di quelle che - opportunamente messe a frutto - sono capaci davvero di trasformare questa nostra esistenza in un luogo meraviglioso.



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