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La prima balena avvistata nel Mediterraneo


BeeJay DOC - La prima balena avvistata nel Mediterraneo - Taranto 1877
Dalla didascalia originale. - «La Balena dei Baschi (Balaena Biscayensis, Eschricht), catturata nel porto di Taranto il 9 febbrajo 1877. Invitato dalla Commissione, cui era stato affidato l'incarico della vendita del cetaceo, l'ingegnere Enrico Marrullier ne eseguì accuratamente il disegno e poi l'acquarello, che volle gentilmente mandarmi in dono. La figura rappresenta la Balena (...) 12 metri la lunghezza totale (...)»


Souvenir di una recente immersione da internauta provetto, una cronaca risalente al novembre 1877 a descrivere fatti accaduti pochi mesi prima, esattamente il 9 febbraio dello stesso anno. Il documento conta una novantina di pagine: la versione ridotta e di seguito riportata è una trascrizione puramente letterale, falciata delle minuziose analisi scientifiche e delle pratiche burocratiche dell'epoca - interi capitoli -, così come delle illustrazioni tecniche a corredo, fatto salvo per le poche qui riproposte a rendere e conservare l'idea.
Estrapolare e tramandare la vicenda nella sua parte squisitamente romanzata: il mio modesto intento è questo.
Sgravarla della polvere del Tempo, giusto del superfluo delle note tecniche ad oggi pressoché obsolete, per quanto concorrenti al progresso che le ha rese tali. E rilanciarla in una veste rinnovata, più brillante alle "nuove" generazioni (tutti compresi, futuri e presenti, dal momento che son passati quasi 150 anni).
E' il minimo che potessi fare per ringraziare l'autore del libro, e chiunque si sia prodigato attraverso i decenni per offrirci un biglietto omaggio. Un'avventura che meriterebbe un film, sfiziosamente riportata (tutti i "crediti" li troverete in corso di lettura) e che - alternando occhiali temporali - apre a riflessioni sull'evoluzione del rapporto uomo-animale, ma anche uomo-uomo, donna che sia.



INTORNO ALLA BALENA PRESA IN TARANTO NEL FEBBRAJO 1877
Memoria del Prof. Francesco Gasco, professore di zoologia e di anatomia comparata della R. Università di Genova, già professore di storia naturale nel R. Liceo Ginnasiale Principe Umberto, e coadiutore nel Gabinetto d'Anatomia Comparata della R. Università di Napoli.
Alla Memoria dell'ottimo maestro Paolo Panceri che pel primo efficacemente s'adoperò per arricchire l'Università di Napoli dell'unica vera balena per quanto si sappia comparsa nel Mediterraneo.

PREFAZIONE [...]*

ARRIVO E MORTE DELLA BALENA A TARANTO
Nel mattino del 9 Febbrajo prossimo passato fu avvertita la presenza del cetaceo nel Golfo di Taranto a circa tre chilometri di distanza dalla città, e precisamente in vicinanza della Torre d'Ajala posta sulla spiaggia orientale del Golfo.
Molto probabilmente il cetaceo era ivi giunto passando tra l'isola di San Paolo ed il Faro San Vito. Il primo pescatore, che se n'accorse, lo ritenne per una barca capovolta. Ma nell'avvicinarsi maggiormente scoprì che si trattava di un mostro marino che in quel momento era fermo e quasi quasi confondevasi cogli scogli di cui quella costa è tutta gremita. Dando uno sguardo intorno, il pescatore scoprì a breve distanza un'altra barchetta e chiamò in suo aiuto due altri compagni. Ma la prudenza consigliò loro di non accostarsi troppo a quell'enorme pesce.
Movendo poscia verso Taranto la Balena procedeva così lentamente ed a così breve distanza dalla spiaggia che le due barchette la poterono senza difficoltà accompagnare, e chi stava a terra ne riconosceva agevolmente la forma.
E' noto che il mar piccolo di Taranto è in comunicazione con il Golfo per mezzo di due canali. Uno di essi è dai Tarantini chiamato il Fosso; l'altro Canale della Cittadella. Sul primo v'ha ponte di Lecce, sul secondo il ponte di Napoli.
Giunta la Balena all'imboccatura del Fosso vi si arrestò per una quindicina di minuti. Era l'ora del riflusso. La Balena ripetutamente tentò di penetrare nel canale dirigendosi contro la corrente, ma ne fu sempre impedita dai pali così detti di posta, che stanno sull'entrata del canale e che servono per la pesca delle dorate e del pesce marmoro.
La sentinella del Castello diede l'avviso del mostro marino, su cui il Capitano addetto alla reclusione militare scaricò le prime due fucilate; a queste tennero ben presto dietro quelle di due altri tiratori tarantini.
Frattanto vola per la città la strepitosa notizia: la popolazione si precipita sul Corso Vittorio Emanuele e corre alla ringhiera per far conoscenza coll'ospite straordinario. I più intrepidi dan di piglio alle armi d'ogni sorta e corrono in cerca di barcajuoli.
La Balena, non potendo penetrare nel Fosso, rasentando gli scogli che difendono il Castello ed il Corso Vittorio Emanuele, raggiunge e doppia il Torrione. Essa, sempre lentamente avanzandosi, penetra nel porto e, movendo contro la corrente di riflusso, cerca d'insinuarsi nel Canale della Cittadella. Ma sia per la presenza di numerose barche, sia per le fucilate, che su di essa scaricavansi, arrivata e trattenutasi alcuni minuti presso la Dogana Regia, ove poco mancò che non s'arrenasse, mutando direzione, prese a muoversi verso l'isolotto di San Nicola passando al sud dello scoglio dei tonni, che dista dalla Dogana Regia intorno a 300 metri. La seguivano e la fiancheggiavano nella sua lenta corsa oltre 30 barchette, dalle quali in vicinanza dell'isolotto di San Nicola il malcapitato cetaceo ricevette centinaja di colpi di fucile e di rivoltella. Mentre tutti erano di avviso che, oltrepassato l'isolotto summenzionato, la Balena avrebbe preso il largo, questa, rifacendo un tratto del cammino, ritorna verso lo scoglio e la punta dei tonni, arrestandosi in vicinanza del Convento dei Cappuccini, dove, cresciuto il numero delle barche, crebbero pure di numero le schioppettate. Ma qui i tiratori si convinsero che le palle dei loro fucili e rivoltelle non avevano su quell'enorme bersaglio effetto di sorta. La Balena non se ne dava per intesa.
Vi fu in quell'ora un po' di confusione. Più che le sferzate caudali della Balena, molti paventavano il piombo dei compagni, poiché tra i buoni formicolavano anche tiratori che nel maneggio del fucile lasciavano molto a desiderare.
Cessato lo sparo il signor Francesco Pavone arditamente le si accosta e le vibra un potente colpo di fiocina. La Balena, colla fiocina conficcata dietro il capo, innalza la coda e con essa percuote, spezza, affonda la barca del suo feritore, il quale fu coi due compagni tosto raccolto da alcuni soldati della R. Marina. Vista l'inutilità delle fiocine, il signor Emanuele Scialpi ricorse alle cartucce di dinamite. Le prime due furono da lui gettate di fianco al cetaceo, mentre era quasi fermo, ma il loro scoppio non ebbe il risultato che si attendeva. Allora il signor Scialpi, con raro coraggio, fa dirigere la sua barca contro il capo della Balena deciso a lanciare una terza cartuccia entro la bocca che essa ritmicamente apriva e chiudeva. La Balena lentamente nuotava e la cartuccia, caduta davanti al muso, scoppiò mentr'essa v'era sopra col capo.
Commosso, tramortito dalla violenta detonazione, il misticeto si capovolse e più non si mosse. E' morto! E' morto! Si grida da tutte le parti, e lo Scialpi è applaudito. Le barche, che dopo la lezione toccata al Pavone si tenevano a una prudente distanza, furono sollecite ad avanzarsi accerchiandolo. Il valoroso Vincenzo Marinò ed altri suoi compagni, valendosi di funi fornite dall'equipaggio di un brigantino genovese, ne cingono con più giri il corpo per poterlo successivamente trarre sulla costa, sulla quale s'erano raccolti intorno a 2000 spettatori.
Trascorsi venti minuti, la Balena riacquista i sensi, ripiglia la posizione normale e s'agita energicamente; in men che lo dico, si libera dalle funi ed inalberando ripetute volte la coda percuote con violenza, capovolge, e spezza parecchie barche. Una decina di marinai piglia un bagno inaspettato. Liberatasi dalle funi e rotto il cerchio delle barche, che la stringevano davvicino, la Balena con una velocità sorprendente s'allontanò dalla spiaggia dirigendosi verso il faro S. Vito, che dista a un dipresso dodici chilometri dal porto. Barcajuoli, marinai e tiratori rimasero dolorosamente sorpresi di quella violenta risurrezione, di quella precipitosa fuga. Dopo quattro ore di fatiche e perigli loro sfuggiva inaspettatamente di mano l'adiposa preda. Ma era scritto che quella Balena, smarrita la via, avesse a Taranto la sua tomba. Divero, percorsi quattrocento metri circa, essa con la stessa velocità torna indietro, rientra e traversa il porto, raggiunge la Dogana Regia e s'arrena proprio nello stesso luogo che aveva visitato alcune ore prima. Le piccole barche ritornano, volando, anch'esse nel porto: eccole tutte nuovamente attorno al naufrago volontario.
Accorrono e s'affollano spettatori sulla vasta piazza della Dogana, sulle mura, sui bastimenti, sulle barche. Per qualche tempo tutti vociferano, o consigliano o schiamazzano, insomma la fu una vera Babele.
Vuolsi qui menzionare uno strano incidente idrostatico. Anche il lungo molo della Dogana, la cui larghezza non giunge ai due metri, erasi in pochi istanti gremito di curiosi. La Balena, sentendosi prigioniera, prese a dibattersi furiosamente. Sferzando l'acqua colla sua larghissima pinna caudale spaventa ed innaffia abbondantemente le prime file di osservatori, che prudentemente ed istintivamente indietreggiano. A quanti loro seguono manca il terreno. Essi, gridando, precipitano nell'acqua trascinandovi quelli che li precedono, cui s'erano aggrappati per evitare la caduta. Fu un tonfo ed un lamento generale. Fortunatamente la profondità dell'acqua e l'altezza del molo non superano il metro e quel bagno in Febbrajo non ebbe funeste conseguenze.
Pescatori e marinai temendo che si rinnovasse il fatto precedente, il che è dire lo svincolarsi dalle funi, furono solleciti ad assicurare l'animale con più forti legature.
A Vincenzo Marinò ed all'equipaggio di due brigantini l'uno di Gaeta, l'altro di Genova, riuscì finalmente di legare con una grossa gomena la formidabile coda, che senza interruzione il misticeto inalberava e precipitosamente faceva ricadere.
Mentre con grande fatica e con maggior periglio le si lega la coda, due pescatori nell'intento di soffocarla, salgono sul capo della Balena e s'affrettano a conficcare in uno sfiatatojo un palo più lungo di un metro e del diametro di un decimetro circa. - Picchiavano su quell'enorme turacciolo a tutta forza e senza dubbio avrebbero spezzato le ossa nasali od intermascellari se prontamente e con lodevolissimo consiglio non interveniva il Cav. Sebastio Barone Santacroce che, ponendo mente all'importanza scientifica dello scheletro, trovò modo d'impedire che quel palo tropp'oltre s'insinuasse.
Quando la Balena tirata per la coda giunse sulla spiaggia presso l'Ufficio della Sanità marittima, battevano le 8 p.m. Le profonde ferite che colle scuri erano state fatte su d'uno sfiatatojo e che per quasi due centimetri s'approfondarono sul margine superiore dell'osso intermascellare sinistro, ed il palo conficcato nell'altro sfiatatojo non impedivano punto la respirazione. Il rumore, che accompagnava l'atto respiratorio, era tale da superare in intensità il muggito d'un toro. S'avvertiva anche alla distanza di 200 metri. Liberata dalle funi, la Balena a quando a quando sollevava il capo e spalancava tanto la bocca che non solo si scorgeva l'intiero sistema dei fanoni, ma anche i mediani, più lunghi, colla loro estremità accennavano a voler uscir fuori dall'altissimo labbro inferiore. Verso la mezzanotte sbattè un'ultima volta la coda e morì.

BeeJay DOC - La prima balena avvistata nel Mediterraneo - Taranto 1877 - tavole tecniche

(*) [Dalla PREFAZIONE]
Nello scorso inverno, ognuno se lo rammenta, fu catturata nel Golfo di Taranto la prima vera Balena, per quanto si sappia, comparsa nel Mediterraneo. Appena il compianto Prof. Panceri ne ricevette notizia, con ammirabile sollecitudine prese gli opportuni accordi col signor Rettore dell'Università [...]
Il Cav. Lucarelli e V. Coppola già stavano sezionando in Taranto l'interessante misticeto e ben presto ne spedirono a Napoli il cuore, un pezzo d'esofago, di stomaco e di polmone, gli occhi, parte dell'apparato riproduttivo e vari saggi di cute. Tutte queste parti furono diligentemente esaminate dal Prof. Panceri che aveva la ferma intenzione di descriverle ed illustrarle, e tutto egli pose in opera per sottrarle alla corruzione che già erasi manifestata. [...]
Quando lo scheletro del misticeto giunse in Napoli, la scienza piangeva la grave perdita del Prof. Paolo Panceri. Mancato ai vivi quest'eminente naturalista il signor Rettore Scacchi volle a me (Prof. Francesco Gasco, autore dell'intero documento, ndr) affidare il grato ed onorevole incarico di studiare, descrivere e convenientemente illustrare lo scheletro della Balena di Taranto che è senza dubbio uno dei più belli e preziosi ornamenti del R. Gabinetto zootomico a cui ho l'onore di appartenere.


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Del Mondo


Ricapitoliamo. Gli esseri viventi appartengono al Regno Animale oppure al Regno Vegetale. Tutto il resto appartiene al Regno Minerale, compresa la paternità dei primi due regni: apparizione e persistenza sulla Terra di animali e piante si devono infatti al suo assortito "menu" di sostanze chimiche, ma soprattutto alla generosa fornitura di "acqua minerale gassata" (già omaggiata in un altro post, vedi QUI).
Sulla tavola così apparecchiata, Regno Animale, Regno Vegetale e Regno Minerale si manifestano nelle più disparate forme, per il sommo orgoglio della genitrice Madre Natura.


ANIMALI: ad esempio, "Lamproptera meges"


Conosciuta come "coda di dragone verde" (green dragontail), la Lamproptera meges è una piccola farfalla con le ali forcute. Diffusa in alcune zone dell'Asia meridionale e del sud-est asiatico, la si può ammirare nei suoi eleganti volteggi durante i mesi più temperati.


VEGETALI: ad esempio, "Erodium cicutarium"


Il seme della Cicutaria (Erodium cicutarium), pianta erbacea ampiamente diffusa nel Mediterraneo, ha delle straordinarie peculiarità. Quando viene lanciato dalla pianta, la sua particolare forma a spirale funziona da molla prima e da aliante poi, così da poter coprire un raggio di caduta più ampio possibile; quando atterra, la spirale gli servirà invece da trivella: sfruttando i cambiamenti di umidità (si arriccia da asciutto e si distende da bagnato), sarà in grado di piantarsi in profondità praticamente da solo.


MINERALI: ad esempio, "The Elements of Life"


Quando la non-vita prende Vita... Vi siete mai chiesti di cosa è fatto il nostro corpo? Il breve video che segue, a cura di "Beauty of Science", risponde alla domanda con un certo stile. Ed è buffo realizzare che a comporre il 99% del corpo umano bastano appena 6 elementi, con l'ossigeno che la fa da padrone per almeno due terzi; il restante 1% è affidato ad altri 5 in minime quantità, per un totale di undici elementi. Ed eccoli a voi, gli elementi alla base della Vita, in tutta la loro magnificenza:



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Distillato cosmico



Acqua. Malgrado le apparenze, si tratta probabilmente della cosa più strana dell'Universo.


Ogni singola molecola d'acqua sulla Terra, e dentro di te o in qualsiasi altro essere vivente, esiste da miliardi di anni. Da quando è arrivata sul pianeta, l'acqua ha attraversato le rocce, l'aria, gli animali, le piante, in un ciclo continuo. Ogni molecola ha sostenuto un incredibile viaggio prima di giungere a te. Ciò significa che l'acqua dentro di te è la stessa che si trovava nei dinosauri, nei batteri, negli oceani, nelle nuvole in tempesta, nei ghiacci polari e in ogni luogo dei tempi remoti.


Tutta l'acqua sulla Terra è aliena. Per quanto familiari nel nostro mondo attuale, gli oceani si sono formati centinaia di milioni di anni fa. Quando il nostro pianeta prese forma, l'acqua vi giunse dallo spazio trasportata dagli asteroidi e dalle comete: oggetti provenienti dai confini del sistema solare, più precisamente residui di immense nuvole di polvere e rocce che non erano riusciti a trasformarsi in pianeti. Questa è l'origine di tutta l'acqua che possiamo vedere sulla Terra.


L'acqua non segue le normali regole della chimica. Tanto per cominciare, non dovrebbe trovarsi sotto forma di liquido sul nostro pianeta. Una molecola d'acqua è composta da due gas estremamente leggeri, idrogeno e ossigeno, e alla temperatura e pressione della superficie della Terra, le leggi della chimica ci dicono che l'acqua dovrebbe presentarsi solo sotto forma di gas. Inoltre, a differenza di ogni altra sostanza chimica, quando l'acqua congela si espande. E di conseguenza il ghiaccio galleggia sull'acqua stessa: ora, tu vedi questa cosa normalmente ogni giorno, ma soffermati un attimo su quanto sia singolare questo fenomeno. Nel corso del tempo, questo particolare comportamento è stato determinante: isolando l'acqua sotto di esso, il ghiaccio galleggiante ha permesso a complesse forme di vita di sopravvivere ed evolvere sul nostro pianeta, proteggendole dalle numerose ere glaciali che si sono susseguite gelandone la superficie.


Ma le stranezze non finiscono qui. Sapevi che l'acqua calda congela più rapidamente di quella fredda? E' proprio così, e nessuno sa perché. Le molecole d'acqua possono inoltre sollevarsi in sfida alla forza di gravità, e questo perché amano attaccarsi l'una all'altra. Sono così esperte in questa tecnica che possono risalire i canali, come ad esempio le piccole vene sanguigne del corpo umano: solo così l'ossigeno e le sostanze nutritive possono raggiungere il nostro cervello. Lo stesso processo, detto "azione capillare", permette alle piante di trasportare l'acqua dalle profondità del terreno per nutrire le foglie e i rami che crescono alla luce del sole.


Il nostro sistema solare galleggia nell'acqua. Per secoli abbiamo pensato di essere i soli, sulla Terra, ad avere così tanta acqua, ma in realtà è la seconda molecola più comune nell'Universo. Ora sappiamo che esiste acqua sulla Luna, su Marte, su Plutone... C'è H²O praticamente in quasi tutti gli oggetti del nostro sistema solare. E dove c'è acqua, potrebbe esserci vita.


Così, ora versati un bel bicchiere d'acqua e dai un'occhiata a questo materiale incolore, senza dettagli e senza sapore. E' davvero notevole... L'acqua infrange così tante leggi della chimica da far tribolare gli scienziati che la studiano, eppure senza il suo comportamento ribelle nessuno di noi, tantomeno il nostro mondo, sarebbe mai esistito.


Se sei qui a guardare questo video (sotto, e a leggere questo post, NdR) è solo perché l'acqua è così strana.



DOC



FOTO: Tratte dal 7° annuale "Ocean Art Underwater Photo Contest" 2018, organizzato da Underwater Photography Guide (selezione DOC tra vincitori e menzioni d'onore). [LINK]
VIDEO: "Why water is one of the weirdest things in the universe" (Perché l'acqua è una delle cose più strane dell'universo) della serie BBC Ideas, animazione di Oliver Smyth, 14 gennaio 2019. [LINK]
TESTI: Riportati dalla narrazione del video (traduzione approssimativa DOC), articolo a cura del giornalista scientifico Alok Jha. [LINK]

Carnevale, la festa dei bruchi



Autore delle splendide foto ravvicinate (in gergo "macro") qui riportate è Igor Siwanowicz, ricercatore e fotografo di origine polacca, neurobiologo all'Istituto Medico Howard Hughes in Virginia, vincitore di diversi premi in prestigiosi photo-contest. La sua abilità nel catturare sotto la lente minuscoli soggetti particolarmente affascinanti dal punto di vista scientifico e naturalistico, esaltandone forme, colori e soprattutto dettagli, ha destato negli anni l'interesse delle comunità di settore, oltre a spopolare sul web grazie ad una prodiga diffusione delle sue sbalorditive immagini.


Da un lato la scienza: neurobiologo significa che Siwanowicz studia, ad esempio, - come riporta il sito dell'Howard Hughes Institute - la complessità del comportamento della libellula mentre caccia la preda, ovvero cerca di scoprire come viene trasmessa la posizione di un moscerino della frutta dal cervello della libellula ai suoi muscoli di volo. Dall'altro l'arte, quella della fotografia professionale, brillantemente interpretata.
Presente sui vari social, Igor Siwanowicz colleziona le sue macro soprattutto nella galleria online Photo.net, che vi consiglio vivamente di visitare. Al momento conta oltre 1.600 foto, raccolte in dieci anni di attività. Non solo bruchi, ovviamente:



DOC

Le cavallette



Il flagello delle cavallette era una piaga dell'Africa soprattutto per i contadini. Ora spero che il dipartimento anti-locuste sia riuscito a debellarle. Io ne conosco di tre specie: le gialle, le rosse e le marroni. Una nuvola nera oscura il sole come quando deve scatenarsi un temporale, e piombano giù una sull'altra come fiocchi di neve, sui campi e sugli orti, facendone tabula rasa.
Ho un ricordo di quando ero bambina. Avevo 6 anni, e con i miei genitori che erano contadini e avevano una grande concessione ad Adi Sogdo (Eritrea) andammo sulla collina a vedere come crescevano bene l'orzo e il grano.
Era un pomeriggio sereno e il sole splendeva, ma improvvisamente una nuvola nera lo oscurò, e giù a pioggia questi dannati insetti uno sull'altro. Io ero terrorizzata, piangevo e urlavo, mia madre mi prese in braccio e si avviò per tornare a casa insieme a papà, e loro sprofondavano fino alle ginocchia in quella massa di cavallette, pestandole e schiacciandole.
Gli agricoltori erano disperati, cercavano di cacciarle dai campi e dagli orti facendo rumore con delle lattine, dentro cui picchiavano con dei pezzi di legno o dei ferri, oppure accendevano dei fuochi per fare fumo e spaventare quelle bestie. Ma difficilmente ci riuscivano, e quando le cavallette riprendevano il volo non c'era più nè una punta di grano, nè una foglia di insalata o altro ortaggio. Inoltre si attaccavano ai vetri delle finestre per cercare di entrare in casa.
I miei fratelli non le temevano, anzi ci giocavano: gli toglievano le ali, facevano dei carrettini con del filo di rame e le stanghe gliele infilavano nel ventre, cosicché da cavallette diventavano cavalli e gli facevano fare le corse sul tavolo, mentre io li guardavo da una certa distanza.
Quando poi diventai più grande, ricordo che un giorno, mentre andavo a lavorare in bicicletta, ecco arrivare le cavallette: mi sciamavano intorno, e io me le scuotevo di dosso rischiando di finire per terra. Purtroppo dovetti subire il loro assalto, perché le chiavi del negozio dove lavoravo le avevo io e dovevo aprire... Che giornata!
Solo per gli arabi le cavallette non erano un flagello. Essi le consideravano una manna che Allah manda dal cielo in periodi di carestia, e se le mangiavano!



Ivana (mamma DOC)

La riproduzione degli insetti



Noriyuki Saitoh li fa col bambù...


...Edouard Martinet ricicla bici, moto e auto...


...Yumi Okita morbidi tessuti...


...Julie Alice Chappell circuiti stampati...


...Raku Inoue ha il pollice verde...


...e Yuki Tsunoda si diletta col vetro.


Ma se a farlo son le orchidee...


...il prodigio è presto ricambiato.



DOC

Courtship School for Riflebirds*


(*) Scuola di Corteggiamento per Uccelli Fucile (Ptiloris)



GLI ALLIEVI...


...IL MATURANDO...


...E IL LAUREATO.





DOC


Acrobazie a volo di pesce


Illustrazione di Moebius

A noi umani - sappiamo bene - non piace lasciare le cose come stanno. Fin dai tempi antichi, l'intelligenza che ci contraddistingue si esprime in una sfrenata rivisitazione del mondo che ci ospita. Per necessità innanzitutto (progettare case, strade, mezzi di trasporto e comunicazione, strumenti di lavoro, fino a satelliti e navi spaziali), ma non smettiamo neanche quando potremmo rilassarci: nelle pause dai "lavori socialmente utili", l'intelligenza meramente costruttiva (e nel suo effetto collaterale distruttiva) si abbandona all'immaginazione, intesa come libera fantasia. Nell'universo immaginato la nostra capacità di modellare o rimodellare le cose, ovvero la nostra creatività, può letteralmente spaziare all'infinito; per quanto ci sforziamo di evadere dalla realtà, tuttavia, anche l'astrazione ha i suoi bei limiti. Almeno due.
Il primo limite è facoltativo: lo si può cioè infrangere, ma nella preservazione del nostro benessere è fortemente sconsigliato oltrepassarlo. L'esercizio della fantasia è quanto di più liberatorio si possa sperimentare, e senza dubbio rappresenta la più grandiosa delle abilità mentali note, subito dopo il pensiero; bisogna però evitare di abusarne, e soprattutto fare attenzione a mantenere sempre viva la fiamma di ciò che siamo, perché senza la luce del raziocinio si rischia di scivolare nell'oscurità del subconscio, infestata dall'angoscia e dal peso stesso dell'esistenza. Come bene evidenziò il pittore spagnolo Francisco Goya con il suo opprimente dipinto (acquaforte) del 1797, "Il sonno della ragione genera mostri".


«La fantasia priva della ragione - spiega lo stesso Goya - genera impossibili mostri: unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie». Anche quando diamo libero sfogo all'immaginazione, quindi, della realtà dobbiamo continuare a mantenere consapevolezza; anzi, una volta declassata (o elevata) al ruolo di risorsa ispiratrice, sarà proprio questa a condurci nello sconfinato regno dell'assurdo. Ed eccoci arrivati alla seconda condizione a cui è soggetta la fantasia, limite questa volta invalicabile, e strettamente legato a una legge già formulata due millenni fa dal poeta e filosofo romano Lucrezio: Ex nihilo nihil fit, ovvero "Dal nulla non viene nulla". Non c'è fantasticheria che non affondi le sue radici nella realtà. Topolino, ad esempio, non esiste; ma i suoi "genitori" - il concetto di roditore e di essere umano che la fervida mente di Walt Disney sfruttò per la sua creatura - abitano nella realtà. Così come vi abitano il leone, la capra ed il serpente che ritroviamo assemblati nel mostro mitologico della chimera (vocabolo che viene utilizzato anche in senso più ampio e figurato proprio a indicare un'utopia).

La Chimera di Arezzo è un bronzo etrusco, probabilmente opera di un'équipe di artigiani attiva in Toscana nella zona di Arezzo, dove fu rinvenuta il 15 novembre 1553. È conservata presso il Museo archeologico nazionale di Firenze. Nel breve spot che segue la possiamo ammirare esposta eccezionalmente a Palazzo Vecchio, in occasione del G7 della Cultura (Marzo-Aprile 2017), e collocata nella Sala Leone X, esattamente dove la volle esibire Cosimo I de’ Medici subito dopo il suo ritrovamento.

E' buffo infine riscontrare come anche Madre Natura, espressione più diretta del concreto, a volte pare abbandonarsi alla fantasia, in una contraddizione che la vede disattendere le stesse ferree regole insite nella sua complessa struttura. Pensiamo ad esempio a una bizzarra commistione tra regno animale e vegetale: esistono alcune specie di orchidee, le cui forme e sfumature riprendono le fattezze di scimmie, insetti e uccelli. Bisogna ammettere tuttavia che si tratta di un accostamento un po' forzato; ma che dire allora del lombrico-lucertola (tale Bipes biporus), che anziché strisciare si muove su due zampe, all'occorrenza utili anche per scavarsi la tana? E come considerare - se non una vera sfida alla nostra letteratura fantastica - il pesce volante?

Il pesce volante (Exocoetidae) è diffuso in tutti gli oceani ed è caratterizzato da pinne pettorali molto lunghe, che gli consentono di librarsi in volo per sfuggire ai suoi predatori. I voli sono brevi (è stato registrato un massimo di 45 secondi), ma ripetuti in serie possono coprire anche centinaia di metri. Un espediente davvero straordinario, che - sebbene gli consenta di non cadere nelle fauci dei pesci più grossi - lo mette a rischio del becco dei volatili, come ben documentato dal bellissimo video che segue.


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