Quasi me stesso
Disse che era giunto il mio momento. Nel dormiveglia, pensai di essere vittima dei brandelli di un sogno: parecchie volte mi era capitato, in passato, di svegliarmi al mattino con l’idea di potermi alzare in volo, o la certezza di aver vissuto in luoghi fantastici, o ancora l’angoscia e il terrore dell'aggressione di minacciosi "uomini neri" riemersi dalle profondità del subconscio; convinzioni che da lì a poco avrebbero immancabilmente ceduto il posto alla cognizione razionale della realtà, affievolendosi sempre più per poi dissolversi definitivamente verso mezzogiorno, con un effetto del tutto simile ad una colazione indigesta. E sì, perché se gli incubi lasciano un retrogusto di disagio, i bei sogni l’amarezza di rimanere semplicemente tali...
Ad ogni modo non era il caso di quella mattina; avevo trascorso una notte senza sogni, e dovetti rendermi conto che quanto stava accadendo era vero, in quel momento e in quel luogo.

«Alzati, pigrone. E’ arrivata la tua ora!», ripetè. Scartata l’ipotesi sogno, associai il timbro di quella voce ad un volto e non ebbi più paura per quella frase, anzi, ne colsi l’ironia: preannunciava un evento tutt’altro che negativo, qualcosa che attendevo con ansia da diversi giorni e che avrebbe siglato con la parola «fine» l’agonia del periodo più sfortunato della mia vita. Inoltre sapevo che, appena avessi aperto gli occhi, mi sarei trovato di fronte una persona speciale, quasi me stesso.
A pronunciare quelle parole era stato proprio Conrad, il mio adorato fratello gemello. Mi teneva compagnia da circa tre anni, cioè da quando era venuto a conoscenza della mia recente disgrazia e aveva deciso di sacrificare i propri impegni per raggiungermi. Ci volevamo un gran bene, il nostro legame era saldo e vigoroso già dalla primissima infanzia, grazie anche all'identica età che ci aveva permesso di condividere appieno le varie fasi della crescita. In passato, i casi della vita ci avevano dirottatato verso direzioni opposte, costringendoci per parecchio tempo alla lontananza; almeno così mi aveva raccontato. Ma adesso era lì, davanti a me, e mi invitava con la mano tesa a seguirlo fuori da quella infausta prigione che nessuno merita e che tutti chiamano "ospedale".
E’ necessario a questo punto che mi soffermi brevemente sulle circostanze che mi portarono, circa tre anni addietro, a dover affrontare un delicato intervento chirurgico che lasciava poche speranze di successo al medico primario ed altrettante possibilità a me che potessi riacquistare, se non altro, le facoltà mentali. Fu purtroppo questa la tragica conseguenza di un incidente a dir poco banale: senza troppo indugiare sui dettagli vi dirò che mi trovavo sulla riva di una spiaggia con Daisy, la mia dolce cagnetta; mentre la rincorrevo, un animato gruppetto di bimbi faceva il tifo, e il sole ci regalava le ultime infuocate carezze di quello che avrebbe dovuto essere uno dei pomeriggi tra i più idilliaci della mia esistenza. Un delizioso quadretto di fine estate destinato a contraddirsi pochi minuti dopo, al rientro. Il vento sosteneva il volo del mio formidabile frisbee al di sopra della strada principale, Daisy lo anticipava in una corsa sfrenata, e io la rincorrevo; il mio destino, col volto di un pesante autocarro, incalzava a velocità sostenuta. La cagnetta addentò il disco rosso con un’evoluzione senza precedenti, mentre io...
A pronunciare quelle parole era stato proprio Conrad, il mio adorato fratello gemello. Mi teneva compagnia da circa tre anni, cioè da quando era venuto a conoscenza della mia recente disgrazia e aveva deciso di sacrificare i propri impegni per raggiungermi. Ci volevamo un gran bene, il nostro legame era saldo e vigoroso già dalla primissima infanzia, grazie anche all'identica età che ci aveva permesso di condividere appieno le varie fasi della crescita. In passato, i casi della vita ci avevano dirottatato verso direzioni opposte, costringendoci per parecchio tempo alla lontananza; almeno così mi aveva raccontato. Ma adesso era lì, davanti a me, e mi invitava con la mano tesa a seguirlo fuori da quella infausta prigione che nessuno merita e che tutti chiamano "ospedale".
E’ necessario a questo punto che mi soffermi brevemente sulle circostanze che mi portarono, circa tre anni addietro, a dover affrontare un delicato intervento chirurgico che lasciava poche speranze di successo al medico primario ed altrettante possibilità a me che potessi riacquistare, se non altro, le facoltà mentali. Fu purtroppo questa la tragica conseguenza di un incidente a dir poco banale: senza troppo indugiare sui dettagli vi dirò che mi trovavo sulla riva di una spiaggia con Daisy, la mia dolce cagnetta; mentre la rincorrevo, un animato gruppetto di bimbi faceva il tifo, e il sole ci regalava le ultime infuocate carezze di quello che avrebbe dovuto essere uno dei pomeriggi tra i più idilliaci della mia esistenza. Un delizioso quadretto di fine estate destinato a contraddirsi pochi minuti dopo, al rientro. Il vento sosteneva il volo del mio formidabile frisbee al di sopra della strada principale, Daisy lo anticipava in una corsa sfrenata, e io la rincorrevo; il mio destino, col volto di un pesante autocarro, incalzava a velocità sostenuta. La cagnetta addentò il disco rosso con un’evoluzione senza precedenti, mentre io...

Riaprii gli occhi, per la prima volta da allora, dopo un periodo di tempo incalcolabile. Conrad era lì, mi teneva la mano, una delle poche parti del corpo che non fosse bendata o ingessata. Gli chiesi di rivelarmi la diagnosi formulata dai dottori, e quando disse che non era il caso di preoccuparmi, considerai il suo consiglio esageratamente ottimista; ma poi, ripensandoci, lo accettai: sapevo che non mi avrebbe mai mentito, e in fondo non provavo forti dolori fisici, solo una debolezza diffusa ed un torpore agli arti che interpretai come la naturale conseguenza della forzata posizione distesa cui ero costretto. Gli chiesi di Daisy. Mi rispose che aveva preso la cagnetta con sé, che si sarebbe occupato di lei, e che alla prima occasione avrebbe trovato il modo di farmela rivedere.
In seguito, a parte lui, nessun’altro venne a farmi visita, ma non me ne meravigliai: trentatré anni, scapolo, un lavoro come tanti, un cane che mi portava a spasso. Non che amassi la solitudine, piuttosto la libertà. Sono sempre stato un tipo "costantemente alla ricerca di me stesso", come diceva Conrad. Solo grazie a lui e ai suoi racconti potei ricostruire tassello per tassello il mosaico della mia vita passata: a causa dell’incidente, infatti, la memoria era talmente compromessa al punto che, per quanto mi sforzassi, l’ultima cosa che ricordavo era un bagliore accecante.
Nei rari e brevi intervalli di lucidità che il male mi concedeva, il sorriso benevolo di Conrad e il calore della sua mano provocavano in me un senso di benessere indescrivibile; mi aiutò a superare il primo momento, quello cioè in cui non lo riconoscevo come mio fratello ma, ingannato dalla somiglianza, come una proiezione astrale di me stesso; quando aprivo gli occhi lo trovavo sempre lì accanto, pronto a fornirmi tutte le risposte alle incessanti domande che gli ponevo, e più delle cure che mi somministravano i medici, la sua presenza rappresentò una vera e propria panacea alle sofferenze di quel periodo.
Tornando dunque al fatidico giorno in cui fui dimesso, ricordo che non me lo feci ripetere due volte: mi lavai il viso, affidando gli ultimi residui di quella dura esperienza al lavandino affinché li risucchiasse via per sempre. Mi vestii e in pochi minuti ero pronto ad affrontare il mondo, senza ricordi, come accade ad un bimbo appena nato. Non stavo più nella pelle: varcammo il portone dell’ospedale, i suoi vetri smerigliati diffondevano una bianca luce solare il cui calore, finalmente, avrei potuto riabbracciare dall'esterno. E chi ti trovo? Daisy, la mia insuperabile cagnetta felice quanto me, scodinzolante e festosa come quel giorno sulla spiaggia. Ma poi mi guardo attorno, stropiccio gli occhi disabituati da anni a tanto bagliore, li riapro e un nuovo senso di smarrimento mi pervade...
Il rumore di un’onda accompagna la visione di un mare aperto, e i piedi, inspiegabilmente nudi, affondano nella sabbia rendendo ancora più precario l'equilibrio. Istintivamente mi guardo alle spalle: la vastità di un panorama selvaggio di rara bellezza aveva cancellato tutto. La città, le automobili, l’ospedale... non c’erano più. E non c’era neanche più mio fratello, accanto a me. Stordito, volgo nuovamente lo sguardo all’orizzonte, e un improvviso, rivelatore barlume di memoria si fa strada sgomitando tra le mille domande che mi stavano affollando la mente, ponendosi come unica risposta per tutte. Io, Conrad Welby, ero sempre stato figlio unico.

Daisy, sul bagnasciuga, si lasciava accarezzare da un gruppetto di ragazzini. La raggiunsi, presi il frisbee bianco che stringeva tra i denti, lo lanciai. Continuai a giocare con lei, sentendomi bene, molto meglio di prima, in quel lungo pomeriggio soleggiato che sembrava non aver fine.
DOC
Commenti