Antonio e Arabella

- Ridammela subito, ho detto! - ripetè ad alta voce Arabella. Col peso delle sue rotondità, aveva poche speranze di raggiungere l'agile Antonio, che si lasciava inseguire allegramente. - E' questa che vuoi? Vieni a prenderla! - le disse il ragazzino, agitando un'agenda tra le mani e fingendo a tratti di sbirciarvi all'interno. Lei era sul punto di mettersi a piangere. Lui, che non era poi così crudele, le permise finalmente di afferrarla. Ma non la mollò subito: la trattenne ancora un momento, il tempo di ammiccare e dirle: - Se te la dò, mi dài un bacio? - Arabella ormai lo aveva in pugno: gli sferrò un calcio a vuoto, sufficiente a distrarlo e a sottrargli il maltolto. - Altro che bacio, ti darei! - gli rispose, sudata e ansimante. Con un sorriso che si sostituiva agli occhi rossi di rabbia, prima di voltargli le spalle aggiunse: - Ringrazia solo che è suonata la campanella.
In classe, tra il volto di Arabella e lo sguardo inebetito di Antonio, il libro di antologia alla pagina 128. Lei legge alta voce. «(...) Quando Romeo arrivò davanti alla casa di Giulietta, decise di scavalcare il muretto e subito dopo vide che la ragazza era affacciata al balcone, però non uscì allo scoperto perché si vergognava. Giulietta pensava sempre a Romeo, tanto che confessò il suo amore per lui. Romeo non resistendo a quelle parole uscì dal cespuglio in cui era nascosto. Giulietta appena lo vide si vergognò molto e cercò di dire qualcosa per attirare la sua attenzione. L’unica frase che disse fu: - Romeo, se vuoi diventare mio marito, cambia il tuo nome e il tuo cognome. Romeo non potendo resistere a quelle parole disse: - Io non cambierò il mio nome e se tu vuoi che diventi tuo marito, mi dovrai chiamare amore. (...)»¹.
Sul suono della campanella, questa volta di uscita, il prof. Pingozzi la interrompe: - Va bene, basta così per oggi, ragazzi. Proseguirete a casa fino alla pagina 133, e mi raccomando, perchè domani ho intenzione di interrogarvi.
Una volta fuori, il prof. telefona alla moglie. Quel giorno lei era stata invitata ad un matrimonio, e ora si trovava al ristorante. Gli risponde - Sì, è stato molto bello, ma... poi ti racconto. Come dici? Sì, ti ho lasciato la teglia nel forno, devi solo scaldarla. A dopo, tesoro, mi aspettano al tavolo. Un bacio. - Gli aperitivi erano deliziati da un tripudio di fiori e dal sottofondo musicale di una piccola band. La cantante intonava alcuni brani a tema, la sua voce era gradevole: «(...) Ti fa bene, ti piace questa voglia di dare / e ti senti capace non ti puoi più fermare / come un fiume alla foce che si getta nel mare / quando nasce un amore, un amore. (...)»²
Tra gli invitati Riccardo, che si arrovellava la mente per proseguire questo racconto. Sapeva che quegli scorci di vita erano tutti nelle sue mani, e ne sentiva un po' il peso. Detto tra noi, quel giorno non aveva ancora sentito l'amabile voce della sua fidanzata, abitante di un pianeta lontano, e l'attesa di una sua telefonata, unita alle parole di quella canzone, deviava i suoi pensieri.
Venne il pomeriggio. Antonio alla madre: - Mà, sto uscendo. - E lei: - Li hai fatti i compiti? - Lui, mentendo: - Sì mamma. Ho studiato Shrek... Ehm... Scekspir. - Mezz'ora dopo, Arabella, che stava studiando sul serio, viene distolta dall'abbaiare concitato di Willy, il suo fox terrier. Si affaccia al balcone e scoppia a ridere: Antonio aveva scavalcato il muretto della sua villa, e ora si trovava arrampicato su una quercia (che treccia non era), per paura che il cane lo azzannasse.
Sul suono della campanella, questa volta di uscita, il prof. Pingozzi la interrompe: - Va bene, basta così per oggi, ragazzi. Proseguirete a casa fino alla pagina 133, e mi raccomando, perchè domani ho intenzione di interrogarvi.
Una volta fuori, il prof. telefona alla moglie. Quel giorno lei era stata invitata ad un matrimonio, e ora si trovava al ristorante. Gli risponde - Sì, è stato molto bello, ma... poi ti racconto. Come dici? Sì, ti ho lasciato la teglia nel forno, devi solo scaldarla. A dopo, tesoro, mi aspettano al tavolo. Un bacio. - Gli aperitivi erano deliziati da un tripudio di fiori e dal sottofondo musicale di una piccola band. La cantante intonava alcuni brani a tema, la sua voce era gradevole: «(...) Ti fa bene, ti piace questa voglia di dare / e ti senti capace non ti puoi più fermare / come un fiume alla foce che si getta nel mare / quando nasce un amore, un amore. (...)»²
Tra gli invitati Riccardo, che si arrovellava la mente per proseguire questo racconto. Sapeva che quegli scorci di vita erano tutti nelle sue mani, e ne sentiva un po' il peso. Detto tra noi, quel giorno non aveva ancora sentito l'amabile voce della sua fidanzata, abitante di un pianeta lontano, e l'attesa di una sua telefonata, unita alle parole di quella canzone, deviava i suoi pensieri.
Venne il pomeriggio. Antonio alla madre: - Mà, sto uscendo. - E lei: - Li hai fatti i compiti? - Lui, mentendo: - Sì mamma. Ho studiato Shrek... Ehm... Scekspir. - Mezz'ora dopo, Arabella, che stava studiando sul serio, viene distolta dall'abbaiare concitato di Willy, il suo fox terrier. Si affaccia al balcone e scoppia a ridere: Antonio aveva scavalcato il muretto della sua villa, e ora si trovava arrampicato su una quercia (che treccia non era), per paura che il cane lo azzannasse.
Ma torniamo a Carlo, il professore, che dopo pranzo si era concesso un pisolino. In quel momento stava sognando se stesso, in una bizzarra situazione che lo vedeva alle prese con delle nespole in un mondo di replicanti³. Più tardi, a tirarlo fuori da lì, "La primavera" di Vivaldi, ovvero la suoneria del suo cellulare. Era la moglie: - Amore, è mezz'ora che citofono, ho scordato le chiavi. Sono le sei. Dove sei? - Carlo le rispose con due parole, le uniche a disposizione in quel momento: - Ti apro.
Sulla soglia di casa, Arabella stava salutando Antonio: lo aveva accolto, mettendo a cuccia Willy e dicendo alla madre che avrebbero studiato insieme. Su quella soglia, prima di andare via, Antonio riuscì a strapparle ancora un bacio. Il Romeo che era in lui avrà maggior fortuna di quello raccontato da Shakespeare.
In casa Pingozzi, Stefania, nella camera da letto, si era liberata dell'elegante vestito blu; mentre si struccava allo specchio, raccontava a Carlo i dettagli delle nozze della sua amica. - Guarda, da morir dal ridere. Lei, con quel velo e coi tacchi da trampoliere, ci ha messo un quarto d'ora a salire gli scalini della chiesa. E che dire di lui? Aveva il naso rosso e gli occhi gonfi, l'addio al celibato della sera prima gli si leggeva tutto in volto. Dovevano sorreggersi a vicenda... Ehi, ma che fai? - Carlo, più che ascoltarla, la stava osservando. Ora le aveva cinto delicatamente i fianchi con le mani, e aveva posato le labbra sul suo candido collo. Le rispose sussurrando due parole, le uniche a disposizione in quel momento: - Ti amo.
Epilogo
- Allora, vediamo un po'. Antonio, vuoi venire tu a parlarci di Giulietta e Romeo? - chiese Carlo. - Professore, mi scusi, io non... non ho potuto studiare... mal di pancia... - improvvisò il ragazzo. Il prof. lo redarguì: - Guarda che la tua situazione non è delle migliori, e lo sai. Per questa volta passi, ma alla prossima lezione non sarò così tollerante. Arabella, vieni tu, và. Sono certo che saprai dargli un buon esempio. - La poverina, impreparata, arrossì come il più rosso dei peperoni.
DOC
Commenti
Ciao Gabriella
Che belli i personaggi che con le loro storie s'intrecciano, e che finezza inserire anche un cammeo col buon Riccardo che cogita la storia! I tuoi racconti sono una goduria!