Lo zio di Philip

Quindi proseguì, accostandole le labbra: - Eccoti il mio bacio. Ma tu... non hai ancora mangiato, mi hai aspettato fino a quest'ora. Lascia stare, ci penso io. Stai comoda, sarai stanca... un'intera giornata qui tutta sola. Preparo un drink e ti porto subito qualcosa. Ecco... un analcolico per la mia adorata moglie ed un bel bicchiere di doppio malto che scalda le vene per me. A noi, mia cara.
Anthony Jingles, 49 anni, lavorava in una sede della "Ocelot", agenzia di viaggi internazionale, distante più di 30 miglia dalla sua abitazione. Per la pausa pranzo era solito approfittare di un fast-food a due isolati dal suo ufficio, dove ogni giorno poteva trovare un pasto caldo ad un prezzo abbordabile. La sera, invece, il più delle volte si tratteneva al lavoro per gli straordinari, che gli valevano un buon arrotondamento di stipendio a fine mese, e malgrado la sua giornata lavorativa si protraesse più a lungo, lui preferiva così, perché voleva essere sicuro di poter tenere fede economicamente alle proprie promesse. L'appartamento che condivideva con la sua amata non aveva ancora finito di pagarlo, e poi voleva garantire al suo unico nipote un futuro dignitoso, versando mensilmente una piccola quota nel conto bancario a lui dedicato.
Liz, l'affascinante donna di Seattle con cui aveva convissuto fino a pochi mesi prima, nei vent'anni che gli era stata accanto aveva prosciugato tutti i suoi averi per poi abbandonarlo in un mare di debiti e senza neanche donargli la gioia di un figlio. Ne era seguito un forte esaurimento nervoso, che ora Anthony arginava grazie ad una terapia di farmaci.
- Ecco il caffè, tesoro, ma solo una goccia, non vorrei ti facesse male. Prendo un'altra birra per digerire gli hamburger e sono da te. Oggi è venerdì, tra poco comincia il telefilm che ti piace tanto. Mi sento benissimo, stasera, sai? Sono stanco, ma ho tutto quello che potrei desiderare: una graziosa compagna, un letto caldo che mi aspetta, e domani posso anche alzarmi più tardi. A proposito, oggi mi ha telefonato Jeremy: dice che Philip domani viene a pranzo da noi. Tranquilla, penserò io a tutto, dall'antipasto al dolce. Voglio bene a quel ragazzino come ad un figlio, e anche se ha ancora 9 anni non deve mancargli nulla.
L'indomani, a mezzogiorno...
- Ciao, zio!
- Philip! Giovanotto, come va? Dammi un bacio. Tutto bene, campione?
- Ehm... Bene.
- Uhmmm! Quel «Bene» non mi è piaciuto. Ma vieni, ho preparato gli antipasti. Così mentre il tacchino cuoce parliamo un po'. Prima però dai un bacio alla zia e vai a lavarti le mani.
Poco dopo, a tavola... - Allora, dimmi. A scuola tutto bene?
- Sì, è che...
- Cosa? Avanti, parla. C'è qualcuno che ti dà fastidio?
- Ehm... No. E' che mi hanno assegnato un compito... Devo descrivere la mia famiglia, e vogliono che metta anche le foto dei parenti. Allora ho fatto una foto a mamma e papà, ma adesso...
- Adesso? Che problema c'è? Ce l'hai la macchinetta fotografica?
- Sì, è nello zaino. Solo che...
- Che aspetti? Prendila e andiamo in giardino. Farai una bella foto a me e alla zia. Vedrai che verrà bene. Dai, che poi torniamo a mangiare il dolce.
- Oh... Okay.
Lunedì mattina Philip era in classe insieme ai suoi compagni. Fuori nevicava. Il professor Doyle, lo stesso che gli aveva assegnato la relazione sulla famiglia, aveva appena ritirato i compiti di tutti e li stava esaminando sommariamente ad uno ad uno. Ad un certo punto si fermò, sollevò il capo, si tolse gli occhiali da lettura e si arricciò un baffo fissando Philip con aria perplessa. Quindi si alzò dalla cattedra, raccomandò agli alunni di stare buoni e uscì dall'aula portando con sè il fascicolo dei compiti.
Nell'aula riservata ai docenti, mentre discuteva con un paio di colleghi, il signor Doyle mostrava loro il lavoro del ragazzino. Un attento resoconto ben scritto scorreva in seconda pagina e si interrompeva con una bella foto dei genitori immortalati accanto ad un piccolo albero di Natale. Quindi riprendeva con una breve descrizione del resto della famiglia, questa volta però piena di errori ortografici, che si chiudeva in quarta pagina con una immagine alquanto singolare. La fotografia ritraeva lo zio di Philip, sorridente e teneramente abbracciato ad un bonsai biancospino.
DOC
Commenti
Chissà quanti Anthony (maschi e femmine) ci sono in giro...
Racconto tenero e malinconico insieme. I like it!
Ho visitato il museo egizio di Torino almeno quattro volte, e ti posso assicurare che le mummie si mantengono proprio bene, per l'età che hanno.
@Gattonero - Beh, una mummia in effetti ci sarebbe: la suocera. :) Grazie, gatto dalle vibrisse sempre all'erta.
Quand'era piccola, vedeva sempre ai giardini una vecchietta che allattava il nipotino neonato al biberon. Un scena tenera. Peccato che un giorno si sia resa conto che quel neonato fosse un bambolotto...
Felice domenica.
@Gabriella - Contento lui... ;-) Ciao, buona serata.
@Pippi - Grazie per questo "episodio", lo inserirò nel "Meraviglioso libro dei commenti di Pippi", di prossima pubblicazione. Un abbraccio.
@Curlydevil - Non ti ci vedo a competere con un bonsai, e poi un commento non scritto ma solo pensato vale anche di più. Ciao ciao.