I mondi di Mondella

Preso per mano, Mondo svanì come per incanto, insieme alla carrozza, per riverenza, lasciandoti a lui.
Lo squadrasti dal sopracciglio in giù, ma quelle scarpe già le conoscevi. Guardò i tuoi stivaletti da fata, salì fino alle iridi d'oro cangiante e tornò a mirare le labbra rosa pastello... Che bello: stava da favola, raccolto nella tua piccola mano, innamorato perso.
Un cavallo indaco come il cielo, a briglie sciolte per amore, vi condusse alla torre di Arianna, scortato dai riflessi verdastri del saggio Paesaggio che ispirarono il primo bacio. E mentre Caronte dispensava peccaminosi liquidi senza piombo, nuovi baci combaciavano sotto atavici decori.
Nacque Pomeriggio, custode dell'ombra e della luce. Un alto Sole vi scorse tra le Bianche, soffiò un istante per fare spazio, e vi immortalò sotto quell'arco. Ritratto senza prezzo, arredo per la casa del vecchio Futuro.
Dalla finestra al letto, fatto scritto e disfatto, fulmini alogeni, intese di stomaci, pesto su lingue, linguine sull'inguine, caffè d'oppio. Eros quella sera sconfisse le lancette del tiranno Sauro, padrone del Tempo, elargendo frammenti d'eterno...
Concetto d'Amore perfetto, un caldo letto sulla bottega di Mastro Geppetto.
Letto rifatto, Mondo non fu mai più lo stesso. Persi per persi, un vagone perso condiviso nel viso, nella tua mano la sua, occhio per occhio, labbra sul collo. A cavallo del serpente di ferro vi specchiaste in due giovani esempi: Luna e Miele, testimoni di nozze d'infinito davanti a voi. Poi l'abbraccio di Medusa vi accolse nei suoi oceani, celato nelle spoglie del re Cafone che vi scarrozzò alla sua corte.
Tornò la fame, vi mangiaste in un sol boccone. Così sazi, lasciaste che i giullari Trastullo e Babbìo vi intrattenessero un po', quindi vi avviaste alla ricerca di nuovo cibo, bussando a portoni serrati, finchè incontraste due bionde sorridenti. La prima, grassa ancella, vi porse una padella; Bex, la sua compagna, si preoccupò d'irrorare lingue provate. Energia presto bruciata nel matto Carnevale: folletti mascherati, baci donati, note intonate da carretti improvvisati; nella piazza del paese, tra mille colori di coriandoli e trenini, lui raccolse per te un deja-vu. Disse: «Ti amo», e sentì il richiamo di un'accogliente locanda poco lontana. Lì un nuovo amplesso vi attendeva, ancora una volta vi nutriste di pane, amore e fantasia, con un innato magnetismo che permeava di magia i vostri sguardi. Pomeriggio ordinò poi a zio Buio di spegnere la luce, così vi concedeste un ultimo intreccio di mani a passeggio, circondati da bimbi festosi che quella sera andarono a letto tardi per rispetto della cornice a voi dedicata.
Rientrati al castello, il vigore di quella passione sarebbe stato sempre maggiore, tutta notte fino al dì, e poi oltre, due giorni in uno come due cuori in un unico corpo.
Per quanto meraviglioso, Mondo non era immune ai temporali di Sauro... Con mirabile maestrìa trasformaste i secondi in minuti e questi in ore, ma quando scese il Grande Rapace, il re Cafone sellò nuovamente i cavalli per voi: sapevi bene che quell'aquila d'acciaio, per contratto, avrebbe sciolto l'incantesimo rapendo il tuo cavaliere. Ma da abile fatina nella tua sfera di cristallo avevi visto che sareste riusciti a contenere le scariche elettriche della seconda dimensione, almeno finchè lui fosse tornato ad alimentare la fiamma che in ogni caso mai avrebbe cessato di ardere nel vostro petto.
Come ultima arma contro il tiranno, sfoderaste una manciata di preziosi momenti che abilmente eravate riusciti a sottrargli dal forziere, e Indaco tornò a galoppare. Una viola ornava il tuo crine quando ti inoltrasti tra i grandi palazzi della città per donargli la fisica del tuo regno: lui ne bevve, assaporando ogni atomo. Poi fu la volta dei mari: scendesti da cavallo, affrontasti Cerbero per lui e lo prendesti ancora una volta per mano. I vostri sguardi si incontrarono all'orizzonte. Giunti al Prato della Tranquillità, lui colse un petalo di passato per ammirarti seduta sotto un albero, immersa tra le tue formule esoteriche.
La brezza ti accarezzava i capelli, tu accarezzavi i suoi, mai avreste smesso di scambiarvi mani e labbra...
La storia termina bruscamente qui: si dice che il Dio delle Parole Scritte fosse troppo coinvolto per riportarne il finale, per cui lasciò l'opera incompiuta troncandola di netto alla romantica scena che avete appena letto. In calce, solo le scuse e la conferma che la fatina, nella sua sfera magica, ci aveva visto giusto.
DOC
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Comunicazione di servizio - Sono lieto di annunciare ufficialmente la ripresa dei post, anche se inizialmente con cadenza ancora un po' lenta... Ma chi ben comincia è già a metà dell'opera, e «le opere, come nei pozzi artesiani, salgono tanto più alte quanto più a fondo la sofferenza ha scavato il cuore» (da "Il tempo ritrovato", Marcel Proust 1927).
Commenti
E sei già tornato alla grande, con questo inno alla vita, divertente e incantato com'è nello spirito di questo blog!
E poi, persino la preziosa citazione di Marcel Proust...
Lei (pardon, volevo dire il suo blog) cosi mi invita a nozze! Bentornato, dr.Peter.
@Maruzza - Ho già ordinato la torta, spero non comprometta la tua "prova costume". Un abbraccio.